Lo “sport sociale” strumento di inclusione e rieducazione per i detenuti: un progetto pilota a Massa
Di Marta Mulè
Il binomio “sport sociale” indica l’uso dello sport come strumento per la rieducazione e l’inclusione, con l‘obiettivo di favorire il reinserimento nella società e ridurre la recidiva, promuovendo al contempo la salute fisica e mentale.
Con questo obiettivo Stefano Renna, match analyst con un passato da giocatore e allenatore di calcio dilettantistico, ha deciso di avviare un progetto per permettere ai detenuti della casa circondariale di Massa di dedicare alcune ore allo sport.
«Burocraticamente non è facile iniziare un progetto di qualsiasi tipo in quell’ambiente», spiega Renna. «La richiesta per fare attività sportiva l’ho fatta ad agosto e il primo dicembre ho fatto l’incontro iniziale coi detenuti e ho esposto la mia idea. Loro mi hanno subito riempito di domande. Tutti mi hanno chiesto: “Quando si inizia?”. Allora lì ho capito che c’era voglia, ma anche che per loro era importante quello scambio di parole con una persona che veniva da fuori perché vivono in un mondo a parte».
L’attività sportiva partirà a metà gennaio, ma intanto c’è un iter da seguire a cominciare dal tesseramento. «I detenuti saranno tesserati dalla mia ASD SR Fùtbol Lab per coprirli in caso di infortuni e poi ho già richiesto la presenza di due cardiologi per fare l’ECG in modo tale che tutto sia a posto anche dal punto di vista della salute. Io sto facendo tutto in modo volontario: sostengo delle spese, ma lo faccio con piacere».
Le lezioni si svolgeranno una volta a settimana per un paio di ore e le persone coinvolte saranno circa trenta. «Le tempistiche sono lunghe perché, oltre ad avallare il progetto sulla carta, c’è anche il discorso organizzativo del carcere, trovare lo slot di ore per farmi fare attività sportiva e garantire che in quelle ore almeno due guardie carcerarie siano presenti. A fare lezione non sarò solo io: qualche detenuto ha chiesto se ci fosse la possibilità di allenarsi come portiere, io ho un amico che è preparatore dei portieri e lo coinvolgerò. L’obiettivo è essere in due, anche in considerazione del numero dei partecipanti e per aumentare la qualità dell’allenamento».
Tutti i detenuti che prenderanno parte al progetto di attività sportiva riceveranno anche un kit. «C’è un punto del mio programma dove si parla di uguaglianza, quindi era mia intenzione fornire loro una semplice divisa con un pantaloncino e una maglietta per allenarsi che fosse la stessa per tutti. Ho trovato supporto tramite un rivenditore di abbigliamento sportivo, SOS Sport Sarzana, che mi darà il materiale a titolo gratuito. Una cosa piccola, ma importante».
Il progetto alla casa circondariale di Massa è nato un po’ per caso: Stefano Renna, parallelamente alla sua attività come match analyst, ha sempre speso del tempo come volontario per avviare all’attività sportiva ragazzi disabili, dedicandosi in modo particolare alle persone con la Sindrome di Down. «Una mattina di quest’estate mi sono chiesto: “E quest’anno cosa faccio?”. Allora mi è venuto in mente di coinvolgere i detenuti. Non era una cosa a cui avevo mai pensato prima. Da lì è partita la prima mail e, anche grazie allo psicologo del carcere di Massa, è iniziato tutto. So già che i primi minuti saranno emozionanti perché non è come allenare nel campetto della società dietro casa, siamo pur sempre all’interno di un ambiente molto particolare: ora l’obiettivo è iniziare».

