Il wheelchair rugby di Andrea Colombo: Velocità, contatto, strategia e adrenalina
di Edoardo Casati
Velocità, contatto, strategia e adrenalina.
Il wheelchair rugby è uno degli sport paralimpici più spettacolari e meno conosciuti, capace di sorprendere chiunque lo veda per la prima volta. Nato per atleti con tetraplegia, è una disciplina intensa e senza sconti, in cui nulla viene semplificato e tutto si gioca sul filo dei dettagli.
A raccontarlo dall’interno è Andrea Colombo, atleta di wheelchair rugby, che ripercorre il suo avvicinamento a questo sport, ne spiega le regole, le difficoltà e il potenziale ancora inespresso in Italia, offrendo uno sguardo autentico su una realtà che merita maggiore visibilità.
Come e quando hai scoperto il rugby in carrozzina?
“Correva l’anno 2016, ero in vacanza con la mia società sportiva, la Polha Varese, con cui ho praticato nuoto per molti anni. Uno degli atleti con me in vacanza mi ha detto “Sai che esiste uno sport apposta per tetraplegici?” Mi ha dato il contatto di Davide Giozet, ai tempi capitano della nazionale italiana di Rugby. Davide a sua volta mi ha dato il contatto di Nicolò Passilongo, che fu il primo a portare il rugby in carrozzina a Milano”.
Come descriveresti il rugby in carrozzina a qualcuno che non l’ha mai visto?
“Spettacolare, adrenalinico, competitivo. Anche chi non ha mai visto una partita di rugby riesce a carpire subito le emozioni che ti trasmette questo sport”.
Quali sono le principali differenze rispetto al rugby tradizionale?
“La principale differenza è che si gioca seduti. Battute a parte, la superficie di gioco è diversa: giochiamo su un campo da basket, quindi parquet o linoleum, non erba.
La palla non è ovale bensì rotonda, simile a una da pallavolo, e si può passare anche in avanti.
Per fare punto devi oltrepassare la linea di meta, delineata da due coni a fondo campo, con la carrozzina, e non c’è la trasformazione.
Non c’è restrizione su chi andare a placcare, nel rugby tradizionale puoi placcare solamente il portatore di palla, nel rugby in carrozzina puoi, anzi è essenziale farlo, andare a bloccare anche chi non ha la palla, per coprire il campo o creare lo spazio al compagno per andare in meta.
Ogni squadra schiera 4 giocatori in campo, invece di 15. Il ritmo è molto più alto rispetto al rugby a 15, più simile al basket, passi da attacco a difesa e viceversa nel giro di pochi secondi.
Ultima cosa ma non meno importante è uno sport misto, in cui maschi e femmine gareggiano alla pari”.
Come ogni sport paralimpico ci sono delle classificazioni e delle regole per schierare la squadra, come funziona questa cosa?
“Ogni giocatore per essere eleggibile deve sottoporsi a una visita di classificazione, che gli assegnerà un punteggio a seconda della capacità residua. I punteggi partono da 0.5 a 3.5, 0.5 rappresenta la minor capacità residua mentre 3.5 la disabilità meno impattante.
Ogni atleta di genere femminile ha poi un abbattimento di punteggio di 0.5 o 1.
Il requisito minimo che un atleta deve avere per essere eleggibile è la presenza di una menomazione fisica ad almeno tre arti.
La somma dei punteggi di ogni giocatore schierato in campo non può mai superare gli 8 punti. Queste le regole dettate dalla World Wheelchair Rugby, organo di governo interinazione del nostro sport. Ogni nazione ha poi apportato qualche cambiamento: in Italia, ad esempio, da qualche anno è permesso schierare in campo un atleta che non rientra nei requisiti minimi, menomazione ad almeno 3 arti, con un punteggio di 4 punti”.

Quanto è importante avere carrozzine adatte per competere al meglio? Che caratteristiche devono avere?
“Essenziale. Immaginate di dover correre o calciare con piedi che non siano i vostri, o colpire la pallina con una racchetta impugnata dalle mani di qualcun’altro. Sembra impossibile lo so.
Per un atleta di wheelchair rugby utilizzare una carrozzina che non sia fatta su misura e adatta alle sue necessità è equiparabile a quello. Ogni atleta è diverso, in dimensioni, muscolatura, capacità residua, e richiede che la carrozzina sia costruita intorno a lui per essere un’estensione del suo stesso corpo, per permettergli di performare al meglio delle sue capacità. Questo è vero per ogni sport paralimpico che richieda l’uso di una carrozzina sportiva.
In particolare, nel rugby, essendo uno sport di contatto, hanno caratteristiche peculiari che permettono di resistere agli urti e perdurare nel tempo: sono fatte di una lega metallica di alluminio o titanio, trattata termicamente per resistere agli urti più duri, i giunti più deboli e i punti di contatto sono rinforzati ulteriormente, le ruote sono protette da copri raggi.
Tutte queste caratteristiche, essenziali per una carrozzina da rugby come si deve, portano con se un costo. Una carrozzina può arrivare a costare fino a 15000€”.
Come pensi che i media raccontino il rugby in carrozzina? C’è qualcosa che ti piacerebbe venisse comunicato meglio?
“I media riescono a carpire la bellezza di questo sport e a trasmetterla, questa è molto positivo. Qualcosa che si potrebbe fare meglio è parlarne di più, soprattutto in Italia, e portare le testimonianze di giocatori, allenatori e staff”.
Quali sono le difficoltà principali che questo sport incontra in Italia?
“Siamo un movimento relativamente giovane, quindi facciamo ancora fatica a farci conoscere in tutto il territorio; questo comporta la difficoltà a trovare nuovi giocatori o società sportive che vogliano creare una squadra di Rugby.
Al momento in tutta Italia ci sono solamente sei squadre iscritte al campionato italiano, quattro di queste al nord (Milano, Verona, Vicenza e Padova), una a Roma e una in Sardegna.
La poca visibilità comporta anche la difficoltà nel trovare sostegno, anche finanziario, per sostenere la squadra”.
In che modo pensi che il rugby in carrozzina possa contribuire a cambiare la percezione della disabilità?
“Avete presente lo stereotipo del disabile? Il rugby questo stereotipo lo disintegra. Se pensate al disabile come dipendente dagli altri, debole e fragile, venite a vedere una partita di rugby, scommetto una birra che cambierete subito idea. Pena da scontare al terzo tempo ovviamente”!
Come immagini il futuro del rugby in carrozzina in Italia?
“Forse è un sogno, ma oggi serve sognare: mi immagino il rugby diffuso su tutto il territorio nazionale, ogni grande città con la sua squadra di rugby in carrozzina iscritta alla massima serie, con altre realtà più piccole che magari competono in serie minori.
Mi immagino la nazionale italiana a giocarsi il titolo mondiale alla pari con i più forti. Mi immagino atleti e giocatori professionisti, che fanno del rugby in carrozzina il proprio lavoro e la propria vita”.
Che consiglio daresti a un giovane che vuole avvicinarsi a questo sport?
“Vieni a provare senza paura e non dare ascolto a chi ti dice che è pericoloso e non puoi giocare. Un avvertimento però: il Rugby crea dipendenza”.
Dalle parole di Andrea emerge un’immagine chiara: il wheelchair rugby non è solo uno sport, ma un potente strumento capace di ribaltare pregiudizi e cambiare prospettive. Un gioco duro, veloce e spettacolare, che mette al centro competizione, preparazione e spirito di squadra, lontano da qualsiasi retorica. Tra ostacoli strutturali, costi elevati e scarsa visibilità, il movimento italiano guarda al futuro con ambizione e determinazione. Perché, come racconta Colombo, basta assistere a una partita per capire che il rugby in carrozzina non chiede compassione, ma attenzione. E una volta entrati in campo, il rischio è uno solo: non riuscire più a farne a meno.
