Julio Valentin Gonzalez: l’ex stella del firmamento calcistico che è tornata a brillare
di FRANCESCO MAFERA
Con l’approssimarsi del Santo Natale e delle festività, ci si avvicina a quel periodo dell’anno in cui tutto risplende tra la magia delle luci e la serenità dell’armonia familiare. O per lo meno cosi é come vorremmo che fosse sempre e per chiunque. Purtroppo però, anche in quei momemti capita di vivere attimi fatali che vorresti maledire proprio perché sopraggiunti in modo inopportuno e quasi dissacrante quando non dovrebbero.
Nessun regalo da scartare. Solo tanto dolore. Un dolore che fa male ma anche un dolore che ti cambierà per sempre. È questo soprattutto il caso di chi in una vigilia di venti anni fa, vede la propria vita subire una brusca sterzata (e magari ci fosse stata in quella strada veneta alle porte di Vicenza). Un cambio di traiettoria che rappresenta una tragedia solo sfiorata ma che comunque lascerà il segno di una cicatrice profonda per il resto dei propri giorni. Tanto più se colui che la sperimenta aveva una vita piena di opportunità pronte per essere colte.
Dall’idillio al risveglio dentro un incubo
Ci sono storie che iniziano come una favola sportiva e finiscono per diventare qualcosa di molto più grande. Quella di Julio Valentin Gonzalez è una di queste. Una carriera luminosa davanti, il Mondiale 2006 con il Paraguay, un precontratto con la Roma in tasca. Il calcio che conta, quello vero, a un passo. Poi, all’improvviso, tutto si ferma.
Un incidente. Un rumore secco, improvviso. Uno di quelli che non dimentichi più. E con esso un tonfo sordo come quello di un macigno che cade sul fondo di un pozzo e riecheggia come un eco vuoto dentro l’anima. In pochi secondi, il futuro che avevi immaginato per anni si frantuma. Julio perde un braccio e, insieme a quello, sembra perdere anche l’identità costruita fino a quel momento: quella del calciatore, dell’atleta, del ragazzo che stava per prendersi il mondo.
Da lì in poi non c’è nessuna sceneggiatura perfetta, nessun lieto fine immediato. C’è solo una realtà durissima da affrontare. La necessità di ripartire da zero, di accettare un corpo diverso, uno sguardo nuovo su se stesso e sulla vita. Il calcio, che fino a poco prima era tutto, diventa improvvisamente un ricordo doloroso.
Quando un sogno si spezza, ma la vita no
Eppure, è proprio in quel vuoto che inizia un altro tipo di partita. La più difficile. Una sfida da poter e dover comunque affrontare. Perchè la vita si, può colpire duro da un momento all’altro, ti può togliere tutto in un attimo e la consapevolezza che ciò possa accadere fa paura. Ma al tempo stesso da valore a quello che viene dopo. Certe cicatrici rimangono anche per insegnarci che si é ancora vivi per un motivo e che in virtu di questo é possibile fare qualcosa di grande con la forza che l’esperienza, anche la più negativa, ci ha donato.
Tra quelli che lo hanno capito c’é anche Julio Gonzalez che dimostra tutta la sua “garra” sudamericana e come molti di quegli sportivi provenienti da certe latitudini, possiede la scorza dura dell’uomo temprato dalle difficoltà. Dopo l’esperienza in terra veneta da centravanti del Vicenza, nonostante la sua condizione di atleta reduce prima da un coma e poi dall’amputazione dell’arto superiore sinistro, rientra in pista con la ferma intenzione di sfidare il destino. Con la volontà d’accaio di chi vuole tentare l’impresa, Julio si rimette sotto con gli allenamenti per riprendersi a tutti i costi quello che ancora sente suo. È tenace a tal punto da non mollare la presa neppure di fronte alla decisione del CONI di negargli l’idoneità sportiva e quindi decide lui per se stesso, scegliendo di ricominciare da casa sua. Torna in Paraguay dove gioca un’ora di partita senza protesi con la maglia del Tacuray. Un evento iconico, che riscrive probabilmente una nuova e particolare pagina nella storia del calcio e che forse, solo in quel momento, offre a Julio la serenità necessaria per comprendere che si può lasciare spazio anche ad altro, anche all’accettazione del fatto che questo sport può si fare ancora parte della tua vita, ma magari in un modo che, per quanto diverso, può comunque regalare soddisfazioni e gratificazioni importanti: diventa allora responsabile dell’Inter Campus dove fa scuola ai più piccoli ma soprattutto insegnando loro a non arrendersi mai per continuare a inseguire i propri sogni.
Da allora, negli anni, non ha scelto di restare fermo a guardare ciò che aveva perso. Ha fatto qualcosa di molto più complesso: ha deciso di trasformare il dolore in una testimonianza attiva. Non per cancellare il passato, ma per dargli un senso nuovo. Per dimostrare che una vita non si definisce solo da ciò che viene tolto, ma soprattutto da ciò che si sceglie di costruire dopo.
Il racconto di una rinascita
«Sono tre le cose fondamentali che mi hanno fatto andare avanti: Dio, la famiglia ed i miei amici. Se hai queste tre cose è facile raggiungere qualsiasi obiettivo ed ogni ostacolo diventa superabile» Queste le parole dell’ex talento Paraguayano nel rammentare l’episodio che lo coinvolse nella notte tra il 22 e il 23 dicembre del 2005.
Ed é da qui che nasce poi un percorso che prende forma oggi anche attraverso il suo libro, “Vivo”. Un titolo semplice, diretto, quasi brutale nella sua sincerità. Perché “vivo” non è solo una constatazione, ma una dichiarazione di intenti. Nel libro, Julio racconta senza filtri la sua caduta, la rabbia, la paura, il senso di smarrimento. Ma racconta anche la lenta ricostruzione, fatta di piccoli passi, di nuove consapevolezze, di una forza che non sapeva nemmeno di avere.
La presentazione del volume, avvenuta in occasione dell’incontro con Insuperabili, è stata molto più di un evento letterario. È stata una condivisione vera, un momento di ascolto e confronto. Un dialogo aperto con chi ogni giorno affronta limiti, etichette, difficoltà, ma continua a scegliere di mettersi in gioco. Continua, come direbbe Marc Renton nel secondo capitolo dell’ormai celebre Trainspotting, a “scegliere la vita”.
E forse è proprio questa la parte più potente della storia di Julio Gonzalez: non solo ciò che ha perso, ma il modo in cui ha deciso di restare in piedi. Di non rinnegare il talento, ma di ridisegnarlo. Di non abbandonare i sogni, ma di cambiarne la forma. Di usare la propria esperienza non come un peso, ma come un ponte verso gli altri. La sua non è una storia di “eroismo” da copertina, ma di umanità autentica. Di cadute vere e risalite lente. Di cicatrici che non si nascondono, ma diventano parole, esempi, strumenti.
Quella con Insuperabili non è stata una tappa isolata. Al contrario, rappresenta il primo passo di un progetto più grande: un percorso che unisce sport, cultura, inclusione e testimonianza. Un progetto che vuole continuare a dare voce a storie come quella di Julio, capaci di ispirare non perché perfette, ma perché vere.
Perché alla fine, il messaggio è chiaro: la vita può cambiare direzione in un attimo. Ma il valore di una persona non dipende da ciò che perde. Dipende da come sceglie di vivere, ancora e sempre.
