Blind tennis e il Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano
Di MARTA MULE’
In contemporanea al boom del tennis in Italia, si è diffusa anche la sua versione adattata per persone cieche o ipovedenti: si tratta del blind tennis, una disciplina nata in Giappone negli anni ’80 e che dal 2019 fa parte della FISPIC (Federazione Italiana Sport Ipovedenti e Ciechi). Come ci spiega Luca Parravano, giocatore e responsabile della sezione Blind Tennis del Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano, «un giocatore giapponese che ha perso la vista ha cercato un modo per continuare a giocare, ha preso una pallina di spugna, l’ha bucata e ci ha messo dentro dei sonagli. Con questo sistema, noi riusciamo a giocare a tennis ascoltando la pallina. Questo sport piano piano si è diffuso nel mondo ed è arrivato anche in Italia, anche se non è ancora diventato sport paralimpico».
Il blind tennis è diviso in quattro categorie a seconda del grado di ipovisione: B1 per i non vedenti assoluti e B2, B3 e B4 per gli ipovedenti. Anche nel gioco ci sono delle differenze. I B1 giocano con la mascherina e si dà la possibilità di rispondere fino al terzo rimbalzo. Il campo è più piccolo di quello da tennis ufficiale, lungo 12 metri e largo 6 e sul fondo campo, sui due lati, ci sono dei cordini incollati per terra per poter sentire con i piedi la posizione. Poi c’è una regola verbale. Il servizio viene fatto in tre fasi: il giocatore che serve deve dire la parola in inglese “ready” e l’altro in risposta deve rispondere “yes” per dire che è pronto, quindi il giocatore che sta servendo dice “play” e serve la palla. I B2, B3 e B4, invece, giocano senza mascherina, quindi cercano di usare sia l’esercizio visivo, sia il suono della pallina e il campo è un po’ più grande. I B2 hanno la regola dei tre rimbalzi, per i B3 sono due e per i B4 uno solo, come nel tennis per normodotati.
In Italia esiste un campionato italiano di blind tennis organizzato dalla FISPIC, mentre a livello internazionale ci sono diversi tornei sotto l’IBTA (International Blind Tennis Association) che nel 2024 ha organizzato il primo campionato del mondo a Lignano Sabbiadoro.
«Stiamo cercando di diffondere il blind tennis per arrivare alle Paralimpiadi», racconta Luca Parravano. «Questo sport sta crescendo anche dal punto di vista tecnico e siamo arrivati ad un livello di gioco veramente alto. Io fino all’anno scorso ero solo un giocatore, mentre da quest’anno sono anche responsabile della sezione Blind Tennis del G.S.D. Non Vedenti Milano, di cui il presidente è Francesco Cusati. È uno dei gruppi sportivi più efficienti d’Italia e propone tanti sport per non vedenti come il baseball, la scherma, lo showdown, il goalball, il calcio. Il tennis lo pratichiamo nel centro sportivo Fossati-Cambini, dove c’è una palestra e un campo da tennis in sintetico. Quest’anno, per la prima volta, organizzeremo la finale del campionato italiano di blind tennis a Milano. Non è facile perché le location adatte sono quasi tutte impegnate da altre associazioni e stiamo provando a trovare un posto. La cosa che ci manca è che, non essendo associati alla FITP (Federazione italiana Tennis e Padel), non abbiamo contatti con i circoli che possono supportarci. L’unico aiuto è quello della FISPIC che ci fornirà gli arbitri e si occuperà della parte tecnica, però trovare i campi è la parte più costosa e complicata e spetta a noi».
«Io ho provato diversi sport come judo, equitazione, nuoto e sci, però il blind tennis mi ha conquistata», spiega Mariarosa Scotton, giocatrice del G.S.D. Non Vedenti Milano. «Questo è uno sport di testa e di concentrazione, oltre che di fiato. Quello che mi piace è che la pallina con il suo suono mi fa tornare a quando vedevo. Quando gioco mi vengono proprio in mente degli episodi di quando ero piccola perché va a risvegliare qualche parte del mio cervello che usavo quando avevo la vista e quindi è un bel modo per riempire quel vuoto».
Il problema che i giocatori riscontrano oggi, è quello del ricambio generazionale. Al momento i giocatori di blind tennis a Milano sono quattro non vedenti e quattro ipovedenti e tra loro nessun ragazzo. «Di giovani non c’è quasi nessuno e non riusciamo a capire perché», dice Parravano. «Io spererei che non esistano più i ciechi, ma non credo che sia per questo. Oltre agli allenamenti e ai tornei, facciamo anche promozione nelle scuole, ci presentiamo come associazione e cerchiamo di farci notare, però non riusciamo ad arrivare a tutti. Tra i nostri obiettivi c’è quello di coinvolgere più ragazzi e di aumentare il numero degli iscritti, altrimenti rischiamo che il blind tennis non abbia un futuro. È un problema che non possiamo risolvere da soli, ancora c’è molto lavoro da fare, ma stiamo provando a far conoscere sempre di più questo sport».
