Il numero 10 non passa mai: Del Piero, la Juventus e una maglia che parla al futuro
di MARIELLA LAMONICA
Io credo che sia giusto andare oltre la trovata commerciale, presente, per carità, ma non necessariamente fine a sé stessa, penso che sia un gesto per certi versi nobile, ma anche un tuffo nel passato alla ricerca di un legame indissolubile tra presente e futuro.
Sì perché se è vero che la Juventus ha voluto celebrare il suo storico capitano, Alessandro Del Piero, con la “Adp Collection”, è vero anche che dietro quei tessuti, quelle forme, quella spasmodica ricerca di “una perfezione fashion”, ognuno ha potuto intravedere il significato più affine alle proprie intenzioni e alle proprie emozioni, frutto di un tempo che non tramonta mai.
Per essere più chiari: in collaborazione con Adidas, la Juventus ha ideato una serie di “abiti da scena calcistica” ispirati alla leggenda Del Piero, dove il pezzo principale di questa collection altro non è che una maglia pre-match celebrativa della carriera dell’attaccante, riportando dettagli particolari e iconici come il suo numero 10, il numero totale di gol fatti e le sue esultanze storiche. In occasione di Juventus – Roma allo Stadium, lo scorso sabato, proprio Del Piero si è presentato in campo nel corso del riscaldamento, osservando i bianconeri prepararsi alla gara indossando esattamente quella t-shirt.
Ecco, io credo che il bello di questo gesto sia poter immaginare qualunque cosa dietro l’ideazione. Perché è stato fatto?
L’elenco che si potrebbe snocciolare è lunghissimo: per dare sicurezza ad una squadra talvolta traballante e quindi vedere in quella maglietta una sorta di scudo, di protezione?
Per ricordare ai giocatori attuali chi ha indossato la casacca che oggi indossano e quindi spronarli ad onorarla sempre? Per lasciare che quella famosa storia dell’impossibile che diventa possibile prenda il sopravvento? 19 anni insieme, 290 gol in 705 partite, non proprio numeri che si leggono tutti i giorni nelle carriere dei giocatori moderni.
Io preferisco l’opzione “cementificare il valore del numero 10”. In un’epoca in cui “si fatica ad andare al Mondiale perché manca il leader che risolve la partita con una giocata”, in cui l’estro è finito in disuso, in cui in tanti, troppi, preferiscono posare sulla schiena fantasmagorici numeri che spaziano dal 54 al 99, credo sia giusto commemorare la bellezza di quella doppia cifra che un tempo rappresentava un vanto ed un merito, ma anche una responsabilità aggiuntiva. La comodità, oggi, sta nel fuggire: dai campetti sotto casa, dal sacrificio, dall’abnegazione di provare e riprovare una giocata finché riesca come deve riuscire, dalla follia dell’esasperazione, diventata materia ordinaria in un mondo in cui la follia, appunto, dovrebbe essere l’eccezione da cullare con parsimonia ed un pizzico di timore reverenziale.
E non è un caso, non può esserlo, che la Juventus non solo abbia dato il là a questa iniziativa, ma l’abbia pubblicizzata mettendo in luce il suo passato (Del Piero), il suo presente (Cristiana Girelli), il suo futuro (Kenan Yildiz), in un mix di romanticismo, innovazione, lungimiranza. Sì perché a volte è necessario guardarsi indietro per capire dove si è oggi, quanta strada sia stata percorsa, quanta luce avvolge un cammino che forse non conosce la destinazione ma che certamente ha saputo mettere sullo stesso piano storie diverse ed emozioni diverse. Affinché ognuna possa attingere l’una dall’altra, ispirarsi l’una all’altra, per il bene comune di una maglia che ha ancora tante storie e sogni da racchiudere in sé, nella genuina speranza che quei campetti di provincia possano di nuovo riempirsi di ragazzini e ragazzine, e alla domanda “Cosa farai da grande?” rispondere “Indosserò la maglia numero 10 della Juventus”.
