Scuola e calcio giovanile, il rendimento scolastico entra in campo: il caso della U.S.D. Vanchiglia 1915
di FRANCESCO MAFERA
Nel panorama del calcio giovanile, dove spesso l’attenzione è concentrata sulla prestazione sportiva e sul risultato, c’è chi sceglie di introdurre un nuovo criterio educativo. Un metodo che per alcuni é più restrittivo mentre per altri ha dei risvolti positivi. È il caso della U.S.D. Vanchiglia 1915 di Torino, storica società dilettantistica che ha deciso di legare la convocazione alle partite anche all’andamento scolastico dei propri atleti più giovani. Secondo la linea adottata dalla dirigenza, la partecipazione alle gare è consentita solo a chi mantiene un rendimento scolastico considerato adeguato. In caso contrario, il giovane calciatore non viene convocato fino al miglioramento dei risultati a scuola. Una scelta che nasce dalla convinzione che il percorso educativo debba rimanere centrale nella crescita dei ragazzi, anche per chi pratica sport a livello agonistico.
Scelta responsabile o impopolare?
Apriti cielo e la decisione ha subito acceso un dibattito ampio e articolato. Da un lato, c’è chi vede in questa impostazione un messaggio chiaro di corresponsabilità educativa, in cui sport e scuola collaborano per trasmettere valori come l’impegno, la costanza e il rispetto delle regole. D’altro canto, emergono perplessità legate al rischio di trasformare il rendimento scolastico in un criterio selettivo che potrebbe penalizzare alcuni bambini e ragazzi, soprattutto quelli che incontrano maggiori difficoltà di apprendimento o che vivono contesti familiari complessi. Dove sta la verità e qual é dunque l’approccio più opportuno? Ai posteri l’ardua sentenza.
Il nodo centrale, infatti, riguarda il concetto stesso di merito: che cosa significa valorizzarlo? Da qui la contrapposizione tra una concezione sull’importanza della scuola in qualità di riferimento dominante e quella che non si basa esclusivamente sui voti perché non in grado per alcuni di contemplare la complessità dei percorsi individuali. La soluzione? Potrebbe essere quella di prendere il meglio da ciascuno di questi due approcci, anche se trovare un punto di connessione non é una cosa tra le più semplici.
Chiaramente in una prospettiva inclusiva, lo sport giovanile può rappresentare un potente strumento educativo proprio perché capace di accogliere le differenze, sostenere le fragilità e offrire occasioni di crescita anche a chi fatica di più in ambito scolastico. Un aspetto che può comunque essere bilanciato, altrettanto legittimamente con un approccio ferreo, che se non miope e teso alla trasmissione di insegnamenti e valori fondanti la nostra società, può produrre risultati apprezzabili.
In questo senso, il dialogo tra società sportive, famiglie e scuola diventa essenziale per costruire percorsi condivisi che non mettano in contrapposizione istruzione e attività sportiva, ma le rendano complementari.
L’esperienza del Vanchiglia 1915 invita quindi a una riflessione più ampia: come promuovere il valore dello studio senza escludere, come responsabilizzare senza punire, come accompagnare i ragazzi nella loro crescita tenendo conto delle differenze individuali. Domande aperte, che non hanno risposte univoche, ma che mostrano quanto sport ed educazione possano e debbano continuare a interrogarsi a vicenda.
