Masaza Cup: la competizione di chi rimane fedele a se stesso. Un modello contrapposto alla Coppa d’Africa e al calcio globalizzato
di FRANCESCO MAFERA
Nel panorama calcistico africano, dominato dalle grandi competizioni continentali come la Coppa d’Africa e dal suo corollario “domestico” rappresentato dal CHAN, esiste in Uganda un torneo che vive su un piano completamente diverso, lontano dalle logiche dello spettacolo internazionale e molto più vicino alle comunità: la Masaza Cup. Mentre la Coppa d’Africa è l’espressione massima del calcio africano globalizzato – stadi moderni, sponsor internazionali, narrazioni mediatiche pensate per un pubblico esterno – la Masaza Cup ne rappresenta l’antitesi: un calcio radicato nella terra, nella storia e nell’identità.
Il Buganda Kingdom e il calcio come memoria
La Masaza Cup è organizzata dal Regno di Buganda, una monarchia tradizionale pre-coloniale che oggi non possiede potere politico, ma conserva una fortissima centralità culturale e simbolica. Il torneo coinvolge le 18 contee storiche (Ssaza) del Regno e si disputa ogni anno tra giugno e ottobre. Le squadre non sono club professionistici, ma rappresentazioni dirette delle comunità locali. In campo non si gioca solo per un trofeo, ma per l’onore della propria contea, per una geografia antica e per un senso di appartenenza che precede lo Stato ugandese moderno.
Campi, villaggi e identità
La Masaza Cup si gioca su campi spesso irregolari, circondati da villaggi, piantagioni e strade sterrate. Qui il fattore-campo è decisivo: terreni sconnessi, viaggi lunghi, atmosfere intense rendono ogni partita una sfida anche logistica. È in questi contesti che il torneo trova la sua forza. Lontano dalle capitali e dalle infrastrutture moderne, il calcio diventa un evento comunitario, capace di mobilitare intere popolazioni locali.
Perché la Masaza Cup conta più delle leghe professionistiche
Nelle aree rurali, la Masaza Cup è spesso più seguita dei campionati professionistici nazionali. La Uganda Premier League soffre di problemi strutturali, di una presenza massiccia di club legati ad apparati statali e di un crescente distacco dal pubblico. Al contrario, la Masaza Cup riempie i campi di migliaia di persone. Tamburi improvvisati, canti incessanti, maschere, simboli tradizionali e colori trasformano ogni partita in una festa collettiva, dove il risultato passa in secondo piano rispetto alla partecipazione.
Un torneo popolare, non povero
Pur essendo semi-professionistica, la Masaza Cup è anche un motore economico locale. Il torneo crea occupazione, genera entrate per le comunità e offre visibilità a giovani calciatori provenienti da scuole e villaggi. Riservata ad atleti senza esperienza nelle massime divisioni, la competizione rappresenta una vetrina fondamentale: negli anni diversi giocatori sono passati dalla Masaza Cup al calcio professionistico, fino alla Nazionale ugandese e, in alcuni casi, all’estero.
La finale: apice simbolico, non identitario
Nei ricorsi e negli occhi dello spettatore comune rischia talvolta di rimanere soltanto quello che propone il mainstream. non senza tra l’altro più di qualche scoria polemica. Ma dietro l’ultimo atto della Coppa d’Africa Senegal-Marocco, c’è anche un’altra finale da considerare: quella di Kampala che, disputata in campo neutro e alla presenza delle autorità del Regno, rappresenta il momento più visibile del torneo. Un momento che però è anche quello che meno ne incarna l’essenza. L’anima della Masaza Cup vive altrove: nelle contee, nei villaggi, nei campi circondati dalla gente. È appunto lì che il torneo esprime davvero il suo significato più profondo.
Un altro modo di intendere il calcio
In un continente in cui il calcio di vertice tende sempre più all’omologazione, la Masaza Cup dimostra che esiste un’alternativa. Un calcio meno patinato, più ruvido, ma profondamente autentico. E se la Coppa d’Africa rappresenta l’Africa che si mostra al mondo, la Masaza Cup racconta l’Africa che guarda a se stessa. Un calcio che non appartiene al mercato, ma alle comunità. Un calcio che non costruisce identità: le custodisce.
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