Calcio e fair play: prima della festa, il rispetto. Ottaviani e il lato più umano della finale di Coppa Italia di Eccellenza Lazio Boreale-Ferentino
di FRANCESCO MAFERA
C’è un momento, nel calcio, in cui il rumore si spegne. Succede raramente, e quando accade non ha nulla a che vedere con il risultato scritto sul tabellone. Succede quando qualcuno sceglie di ascoltare il peso della sconfitta altrui prima ancora di sentire la leggerezza della propria vittoria. La finale di Coppa Italia Eccellenza Lazio tra Ferentino e Boreale è stata una partita viva, nervosa, piena di svolte. Ma l’immagine che resterà non è l’ultimo rigore, né l’esplosione di gioia sotto la curva. È Riccardo Ottaviani che si sfila dal gruppo in festa, attraversa il campo e si china su chi è rimasto a terra, all’altezza del centrocampo, con lo sguardo perso e le gambe che non reggono più. Per capire la forza di quel gesto bisogna tornare all’inizio. Quattro minuti e il Ferentino colpisce: Cerioni apre la finale come un colpo secco, di quelli che danno l’illusione di avere la partita in mano. La Boreale però non si scompone, resta dentro la gara e la riprende con De Vincenzi, rimettendo in equilibrio non solo il punteggio ma anche le emozioni.
Quando Madonna firma il 2-1 a dieci minuti dalla fine, il tempo sembra improvvisamente alleato del Ferentino. Ventisei anni senza questo trofeo pesano come macigni, ma sono lì, a un passo. La coppa è vicina, così vicina da poterla quasi toccare. Poi, all’ultimo respiro dei tempi regolamentari, arriva Ruggiero. Un gol che non è solo un gol: è una fenditura nel destino, una ferita improvvisa che rimanda tutto ai rigori. La lotteria premia la Boreale. Gioia, urla, abbracci. Ma non tutti corrono subito verso la celebrazione. Ottaviani no. Si ferma. Guarda. Capisce. Capisce che dall’altra parte non c’è solo una squadra sconfitta, ma una storia interrotta a pochi centimetri dal traguardo. Capisce che quel peso non si smaltisce con una stretta di mano frettolosa. E allora si avvicina. Parla. Consola. Resta. Non lo fa per le telecamere, che quasi lo colgono di sfuggita, né per un gesto simbolico da raccontare. Lo fa perché sa cosa significa arrivare così vicino e tornare a mani vuote. Perché sa che ci sono sconfitte che fanno più male di altre, e questa brucia come una promessa non mantenuta.
È un’immagine che stona, volutamente, con la retorica della vittoria a tutti i costi. Ottaviani rinvia il proprio momento di festa per riconoscere quello degli altri: il loro dolore. In quel gesto c’è una maturità rara, soprattutto in un calcio che spesso scambia l’esultanza per rivincita e la sconfitta altrui per un dettaglio trascurabile. Il Ferentino resterà con quella sensazione addosso: essere stati a un passo da spezzare un’attesa lunga 26 anni. La Boreale porterà a casa il trofeo. Ma la Coppa, quella sera, ha avuto anche un altro vincitore. È il fair play che non si proclama, che non si scrive sui banner, che non ha bisogno di frasi fatte.
È il fair play che cammina lentamente verso il centrocampo, si inginocchia accanto a un avversario e gli ricorda, senza dirlo, che il calcio è crudele, sì, ma può ancora essere profondamente umano.
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