Il battito di San Siro non si compra con un aumento di capitale
di ANDREA RICCELLI
Entrare a San Siro non è mai stato solamente “andare allo stadio”. È un rito, un battito che accelera appena vedi i fari che sbucano tra i palazzi del quartiere. Sono quelle scale che ti sembrano infinite verso una destinazione che ormai conosci meglio delle tue tasche, sapendo tutto il calore del tifo che ti aspetterà.
Vederlo oggi, al centro di questo insieme di ruspe promesse, rendering sbrilluccicanti e dibattiti infiniti tra club e Comune, mi stringe il cuore. Mi fa sentire come se volessero sfrattarmi da casa dei nonni per costruirci un loft di design: sarà anche più efficiente, ma dove lo metti l’odore di storia che trasudano quelle mura?
Il “Tempio del calcio” contro il “Business”
È assolutamente comprensibile che il calcio di oggi corra veloce. Tra box di lusso, musei interattivi e ristoranti stellati a bordo campo, ma per noi che abbiamo sfidato i mercoledì di pioggia in Coppa Italia e le domeniche di nebbia fitta, San Siro resta il luogo dove abbiamo lasciato i polmoni. È un legame fatto di scale che sembrano rampe tese verso il cielo e di quel prato che visto dall’alto sembra un tavolo da biliardo illuminato, mentre il boato della folla resta incastrato sotto le travi rosse per poi rimbombarti nello stomaco per giorni interi.
“La paura del distacco”
L’idea che lo buttino giù, o che lo lascino lì a diventare un guscio vuoto e malinconico, è un insulto a ogni coro cantato finora. Mi dicono: “Eh, ma a Londra gli stadi li cambiano come calzini”. Ma noi non siamo a Londra. Noi siamo a Milano, e la Scala del Calcio non è un brand: è anima.
Certo, se restare significa vedere la nostra casa cadere a pezzi perché non si possono mettere i seggiolini nuovi, allora piango con un occhio solo. Ma l’idea di un “nuovo San Siro” proprio lì accanto, con lo stadio vecchio ridotto a un simulacro o, peggio, rasato al suolo… beh, è come strappare le pagine più belle del nostro album dei ricordi per farci spazio a un foglio Excel.
Voglio sperare che, qualunque sia la decisione finale, non si dimentichino di noi. Di chi San Siro lo vive di pancia e non di portafoglio. Perché puoi costruire lo stadio più tecnologico del mondo, ma il “tremore” del secondo anello non lo compri con nessun aumento di capitale.
