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Curiosità dai campi

Fragile = forte: la tripla più bella di Juan Fernandez

Redazione Quarto Posto
10 Febbraio 2026
  • copiato!

di MARIELLA LAMONICA

“Mancano tre secondi alla sirena, in mano la palla che può far vincere la partita a te e alla tua squadra, devi piazzare una tripla: cosa fai?”

“Oggi posso dire con leggerezza che quella palla…la passerei. Ho avuto tanto e ho dato tanto a questo sport, penso sia giusto che quella scena e quel momento tocchi a qualcuno che lo merita più di me”.

Basterebbe questo per raccontare Juan Manuel Fernandez, il giocatore di pallacanestro argentino in forza alla Luiss Roma.

Ma quello che è andato in scena la scorsa settimana a Muggiò, presso il salone parrocchiale dell’oratorio San Francesco, è qualcosa che va oltre, è molto di più di una chiacchierata informale tra giornalista ed atleta. Di più perché la platea che contava più 150 persone è stata una cornice perfetta e non di poco conto, di più perché l’Associazione So.le, organizzatrice dell’evento, ci ha messo letteralmente il cuore nel programmare questa serata, aggrappandosi alla delicatezza di un elemento come la depressione, snocciolando tabù ed emozioni dalla forma esplicita, affidandosi ad un interlocutore che da qualche tempo ha deciso di raccontarla questa storia, perché questa storia merita. Non tanto, non solo, le luci della ribalta, merita di essere toccata con mano, merita l’empatia di chi sa ascoltare, capire, immedesimarsi, senza giudicare, senza far prevalere null’altro che la sensibilità del sapere. Questa storia è ricchezza allo stato puro, ma anche una luce nel buio.

Ma di quale storia stiamo parlando? Di quella di un campione oltre le medaglie, di un uomo che si è mostrato tale nelle sue fragilità.

Juan Fernandez è un giocatore di pallacanestro, ruolo playmaker, nato in Argentina, a Rio Tercero, e con la sua nazionale ha disputato i campionati americani del 2013 vincendo un bronzo; ha poi vinto un oro ed un argento ai campionati sudamericani, mentre nel 2008 sempre con l’Argentina si è messo al collo la medaglia d’oro ai campionati americani under 18. In Italia ha vinto 2 campionati italiani dilettanti con Brescia e Trieste, una Supercoppa, sempre con Trieste, e ha indossato, fra le altre, le maglie di Olimpia, Brescia, Sassari, Trieste e Venezia. Come detto, oggi indossa i colori della Luiss Roma in serie B nazionale.

“A 12 anni dissi a mio madre di voler andare all’università da giocatore di basket, avevo le idee chiare, e non vedevo nient’altro che quella strada”. Juan detto “Lobito” (piccolo lupo), soprannome affibbiatogli per via ereditaria del papà, a sua volta campione di basket, racconta subito della sua infanzia, quella di un bambino tranquillo che stava bene con poco. “A casa mia la musica è cambiata pochi anni dopo, quando è arrivato mio fratello Gustavo jr, un vero terremoto, è sempre stata lui il casinista di casa, ma anche il vero campione”. Già. Gustavo ad un anno e mezzo cade da una sedia e non riesce a muovere le gambe. Gli esami non lasciano scampo e raccontano di una malattia genetica che gli toglierà l’uso degli arti inferiori a vita. “Ho passato momenti a chiedermi perché a lui e non a me, ma la cosa più incredibile era che mentre noi avessimo le domande, lui ci dava le risposte. Mio fratello faceva, non si è mai tirato indietro di fronte a nulla”. “Una volta a Barcellona ci fermano per una foto, in realtà l’hanno chiesta a lui, io la scattavo”. Sì, perché Gustavo, campione paralimpico di tennis, ha una bacheca piena di trofei, tra cui quello di Wimbledon 2019, a cui ha presenziato lo stesso Juan. “Essendo due sportivi è difficile far combaciare gli impegni, spesso ci sosteniamo a distanza, ma quella volta, a luglio, sono riuscito ad esserci e a farmi travolgere dalle emozioni”.

Dall’infanzia al sostegno mai pressante della sua famiglia, dal fratello fonte d’ispirazione, al viaggio di sola andata direzione Stati Uniti per continuare a coltivare il sogno, poi l’arrivo in Italia, la scoperta di Trieste città speciale “perché fatta di persone speciali”. Ma proprio quando tutto sembra andare per il verso giusto, il buio. “Mi pesava andare agli allenamenti, alle partite, avevo addirittura sperato di infortunarmi proprio per non sentire questo peso, mi stava succedendo qualcosa e non capivo cosa fosse”. E ancora: ““I pensieri ti portano in un posto in cui non vuoi andare. La depressione è quando al di fuori va tutto bene, hai delle basi solide, una bella famiglia, un bel lavoro, ma dentro di te c’è una tempesta che non riesci a gestire”. La prima a saperlo fu sua moglie Genesis, quasi l’unica in una fase iniziale, perché Il segreto (non troppo segreto a dire il vero) era quello di nascondere le lacrime anche in auto, prima di entrare al palazzetto. Ma ad un certo punto la decisione diventa inevitabile. “Giocai quella partita ben conscio fosse l’ultima, non so nemmeno io come abbia fatto, il lunedì vado dalla dirigenza e comunico la mia scelta, di interrompere tutto lì, uno stop necessario per tornare a vivere ma non a cuor leggere. Mi sentivo in colpa nel lasciare una squadra che aveva bisogno di me, e mi sentivo un ipocrita nel dire ai miei figli ‘fate ciò che vi rende felice’ ma poi ero il primo a non farlo”.

Da lì un nuovo capitolo. Il ritorno in America, l’anno di lavoro per un’agenzia turistica con incarico a Walt Disney “Per i miei figli era come stare in Paradiso”, poi di nuovo aria di casa, con l’approdo in Argentina per riprendersi, anche, tutto ciò che fino a quel momento era mancato, come un Capodanno in famiglia, il ritorno alle origini, l’affetto degli amici d’infanzia. “In questo periodo buio della mia vita ho capito che i titoli e i canestri non contano, ciò che conta quando ti ritiri sono le relazioni che hai creato”. “A mia moglie devo tutto – prosegue un Juan con gli occhi ed il cuore carico d’amore – è stata le mie gambe quando non riuscivo a camminare”.

Ma a proposito d’amore, il basket? Che fine aveva fatto? Forse in un angolo dell’anima quel sentimento mascherato, ricoperto di polvere, non aveva cessato d’esistere. Arriva la chiamata dell’Accademia IMG in qualità di coach: ci sono una serie di ragazzini, con una passione più grande del proprio talento, che necessitano di una guida. “Uno di questi piccoli atleti mi chiedeva sempre di fermarmi a tirare con lui, non ne aveva mai abbastanza, era il primo ad arrivare, l’ultimo ad andarsene, e non era certo tra i più dotati. I social mi hanno permesso di mantenere un contatto nel tempo”. Per ringraziarlo? Quel ragazzino, insieme ai suoi compagni, forse non lo sa fino in fondo cosa è riuscito a fare, chiaramente insieme ad un percorso psicologico e ad un mental coach. “Avevo tre figure intorno a me, sono stati gli allenamenti più intensi della mia vita, due mesi per tornare in forma, per tornare ad essere un giocatore di pallacanestro ed in un colpo di follia ho prenotato i biglietti aerei per tornare in Italia, in mano non avevo alcun contratto”. Due anni e nove mesi dopo Juan Fernandez indossa la casacca della Reyes Venezia, calca di nuovo quel parquet, è un ritorno alla vita. “Tra l’altro dovevo essere la terza scelta nel mio ruolo, ed invece un doppio infortunio ai miei compagni mi ha messo subito in campo, guarda un po’ il destino”.

Il resto è presente. Il resto sono i giorni d’oggi, quelli di un Fernandez che non solo continua a giocare, con qualche acciacco in più, come dice lui, ma che sa sorridere, gestire i suoi momenti difficili, guardare negli occhi i suoi figli lasciandoli liberi di fare sport senza il peso di quel nomignolo, “Lobito”, sulle spalle, affinché possano percorrere la loro strada. Il tutto insieme al ruolo di mental coach. “Ho studiato e continuo a formarmi in questo settore, ho capito quanto sia importante aiutare atleti che vivono attualmente ciò che ho vissuto io. Se sono felice? Non sempre. Ma quando non lo sono, so che sto lavorando per tornare ad esserlo”. Il tutto senza alcun peso sul cuore. “Se ti guardi indietro, hai dei rimpianti?”. “No, nessuno”.

Due parole, il sorriso disteso, gli occhi che brillano: la tripla va a segno. Sirena.

Si ringrazia: 

l’associazione So.le di Muggiò

Don Alessandro, padrone di casa 

Michele Testa, portavoce associazione So.Le.
Mario Casasanta, rappresentante oratorio San Francesco
Francesco Lo Verde, rappresentante oratorio San Carlo
Il sindaco di Muggiò Michele Messina

 



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