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Curiosità dai campi

Non è “troppo”. È semplicemente straordinaria: la rivincita di Jutta Leerdam tra stereotipi e record alle Olimpiadi

Redazione Quarto Posto
12 Febbraio 2026
  • copiato!

aMI.CO. Milano – Cortina

di FRANCESCO MAFERA 

Per anni le hanno ripetuto la stessa frase, con sfumature diverse ma identica sostanza: troppo bella per essere anche brava. Troppo esposta per essere davvero concentrata. Troppo presente sui social per poter essere un’atleta completa. Come se il talento avesse bisogno di anonimato. Come se la disciplina fosse incompatibile con la visibilità. Jutta Leerdam ha convissuto a lungo con questo sottofondo. Olandese, pattinatrice di velocità di alto livello e volto molto seguito sui social, con oltre cinque milioni di follower, è stata spesso valutata più per l’immagine che per le sue reali doti sportive. In un mondo che fatica ancora ad accettare che una donna possa occupare spazio — mediatico e sportivo — senza dover pagare pegno in credibilità.

La “bellezza” di essere più forti delle chiacchiere per un trionfo che risponde a tono di fronte ai pregiudizi

Poi è arrivata la sera che riscrive le narrazioni. Alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, Leerdam ha conquistato la medaglia d’oro nei 1000 metri di pattinaggio di velocità, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 1’12″31.  La vittoria, netta, costruita su potenza, tecnica e controllo, ha confermato una verità semplice quanto potente: il successo non si misura in base a quanto sei visibile, ma in base a quanto sei determinata. Quel traguardo non è soltanto una medaglia. È la risposta silenziosa a chi aveva scelto di guardare la superficie invece della profondità. Per molti critici, Leerdam arrivava ai Giochi con più flash che sacrifici; eppure, nella pista olimpica, la sua prova è stata tecnica e dominante, confermando il valore di anni di impegno e di gare di alto livello. 

Oltre lo sport: lo specchio di uno stereotipo ancora vivo

La storia di Leerdam non parla solo di sport, ma di uno stereotipo che resiste: l’idea che una donna non possa essere contemporaneamente bella, competente e di successo. Se è bella, allora “avrà avuto scorciatoie”. Se comunica bene, allora “punta tutto sull’immagine”. Se è seguita, allora “sarà sopravvalutata”. Un riflesso culturale che riduce, semplifica, incasella. E che finisce per limitare lo sguardo prima ancora delle opportunità. Questa narrazione ha un peso particolare perché tocca molte donne, dentro e fuori dal mondo sportivo. Quante volte si è giudicate professioniste prima per l’aspetto, e solo dopo — forse — per la competenza? E quante volte, anche inconsapevolmente, tendiamo a fermarci alla superficie, anziché riconoscere il valore reale? La medaglia d’oro di Leerdam assume così un significato che va oltre la pista ghiacciata: diventa un simbolo di ciò che può accadere quando si guarda oltre il rumore e si mette al centro la performance e il merito.

Spegnere quel fastidioso rumore di fondo e accendere il talento

Leerdam non ha risposto alle critiche con dichiarazioni polemiche. Ha scelto la via più difficile e più efficace: continuare ad allenarsi, migliorare, vincere. Ha deciso di non lasciare che il rumore esterno definisse la sua traiettoria. In questo, la sua storia assume un valore universale. Perché il rumore esiste per molte donne: nelle riunioni in cui devono dimostrare qualcosa in più, nei commenti non richiesti, nei dubbi insinuati con leggerezza. La medaglia d’oro olimpica diventa così anche il simbolo di una scelta personale. Non quella di essere “meno visibile” per risultare più credibile. Non quella di ridursi per non disturbare. Ma quella di essere intere, senza chiedere permesso. Non conta ciò che viene detto ai margini. Conta ciò che si decide di vedere in se stesse e ciò che si sceglie di fare con il proprio talento. Il resto è rumore. E il rumore, prima o poi, viene coperto dal suono netto di un cronometro che si ferma su un record olimpico. Ed é per questo che alla fine ha ragione lei, la campionessa: con la sua bellezza, che di certo non può essere una colpa, quel cenno con la mano di chi saluta le invidie e quello sguardo tra l’incredulo e il beffardo che con ironia, sua e della sorte, sembra volerti zittire dicendoti: “scusa se esisto”. La Leerdam ha vinto anche per questo. Per quella sua capacità di incassare e poi rispondere come fanno i veri vincenti, nei fatti contro le parole e a prescindere da tutto.





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