Calcio italiano a due velocità: il divario tra Nord e Sud parte dai campi di periferia
di LORENZO SPONSALE
Il calcio, in Italia, è molto più di uno sport. È identità, appartenenza, riscatto sociale. Ma è anche uno specchio fedele del Paese. E osservando la geografia del pallone emergono differenze profonde tra Nord e Sud, che attraversano tutte le categorie: dal dilettantismo fino alla Serie A.
Non è soltanto una questione di risultati sportivi. Il divario riguarda strutture, investimenti, organizzazione, continuità gestionale e opportunità per i giovani.
Dai campi di provincia alle prime squadre
Il divario si percepisce già nel calcio dilettantistico. Nel Nord Italia, in regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, molte società possono contare su impianti comunali ben tenuti, campi sintetici di ultima generazione, settori giovanili organizzati e collaborazioni stabili con sponsor e realtà scolastiche.
Nel Sud, invece, in territori come Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, numerose società affrontano criticità storiche: strutture obsolete, carenza di fondi pubblici e privati, minore presenza di sponsor strutturati e difficoltà logistiche.
Il risultato è evidente: al Nord il calcio di base è spesso gestito come una piccola impresa; al Sud sopravvive grazie alla passione di dirigenti e volontari che tengono in piedi interi movimenti sportivi con risorse limitate.
Il salto nel professionismo: il divario si amplia
Salendo verso la Serie B e la Serie C, le differenze diventano ancora più marcate. Il professionismo richiede competenze manageriali, solidità economica e infrastrutture adeguate. Negli ultimi anni, modelli virtuosi sono emersi soprattutto al Centro-Nord. Club come l’Atalanta e il Sassuolo hanno costruito percorsi basati su settore giovanile, scouting internazionale e sostenibilità finanziaria. Al Sud non mancano esempi di eccellenza, primo fra tutti il Napoli, ma si tratta di casi meno frequenti e spesso legati alla presenza di proprietà solide e strutturate.
I numeri del divario
La fotografia più recente del massimo campionato è significativa: nella stagione 2025/2026, 17 squadre su 20 della Serie A provengono dal Centro-Nord. Solo tre rappresentano il Sud: Napoli, Lecce e Cagliari.
L’analisi delle stagioni recenti conferma la tendenza: tra Serie A e Serie B, circa il 77,5% delle squadre appartiene al Centro-Nord, mentre solo il 22,5% proviene dal Sud.
Nel calcio di base, i dati della Lega Nazionale Dilettanti parlano di oltre 11.000 società dilettantistiche e più di 62.000 squadre ufficiali, con oltre 720.000 giovani coinvolti nei settori giovanili. Numeri enormi che testimoniano la centralità sociale del calcio, ma che non cancellano le differenze territoriali.
Infrastrutture e programmazione: il nodo cruciale
Uno dei fattori determinanti resta l’impiantistica. Molti stadi del Sud sono comunali, datati e costosi da mantenere. La burocrazia rallenta ristrutturazioni e nuovi progetti, scoraggiando investimenti privati. Al Nord, diversi club hanno investito in centri sportivi moderni e strutture di proprietà o in partnership pubblico-private. Questo consente maggiore autonomia gestionale e attrattività verso sponsor e investitori.
Accanto alle infrastrutture, pesa la programmazione. Le società settentrionali, in molti casi, pianificano su orizzonti medio-lunghi. Nel Sud, più frequentemente, si registrano cambi societari, instabilità finanziaria e, talvolta, fallimenti che interrompono percorsi di crescita.

Talento e opportunità
Il Sud non è povero di talento, tutt’altro. Il bacino giovanile è ampio e la passione è travolgente. Tuttavia, al Nord esiste una rete più strutturata: maggiore densità di scuole calcio certificate, osservatori più presenti sul territorio, collegamenti più solidi tra club dilettantistici e professionistici, competizioni giovanili di livello costante. Il problema, dunque, non è culturale. Non riguarda la passione. È strutturale.
Una sfida per tutto il calcio italiano
Colmare il divario tra Nord e Sud non è solo una questione sportiva. È una sfida economica e sociale. Investire negli impianti del Mezzogiorno, rafforzare i settori giovanili e promuovere modelli gestionali sostenibili significa offrire opportunità, creare lavoro e generare coesione.
Perché il calcio, in Italia, non è soltanto un gioco. È uno strumento di crescita collettiva. E finché continuerà a viaggiare a due velocità, racconterà, nel bene e nel male, le stesse disuguaglianze del Paese.
