Due giorni in Premier League: Tottenham-Newcastle e Aston Villa Brighton
di STEFANO RAVAGLIA
Tornare dall’Inghilterra e riabituarsi a osservare il campionato italiano è dura e lo è sempre di più. A metà febbraio scelgo il turno infrasettimanale di Premier League per una full immersion oltremanica, ennesima volta, non certo la prima, e l’occhio deve abituarsi a strutture moderne e a un modo di andare allo stadio completamente diverso dal nostro. Tottenham-Newcastle e Aston Villa-Brighton le partite scelte, due impianti che mancavano alla mia personale collezione, ma non è di questo che parleremo. Bensì di come è bello riempirsi la bocca di “modello inglese” senza però essere mai stati a vedere una partita lassù, cogliendone ogni aspetto, sia i più belli (tanti) che i meno belli (pochi). Prima tappa, il nuovo stadio del Tottenham, che dal 2019 ospita le partite degli Spurs. Un gigante che si eleva su un quartiere, estremo nord di Londra, lontanissimo dai lustrini della City. Costato circa un miliardo, ha scale mobili e ascensori, la birra viene spillata automaticamente da sotto al bicchiere (c’è un foro), per accedere alle gradinate si apre un porta in stile sala di un cinema, e più che in un impianto per il calcio sembra di entrare in una grande azienda del centro di Londra, con i finestroni affacciati alla strada dove si possono osservare, naso all’insù, le scrivanie e gli uffici. Alle 19.15 circa, un quarto d’ora prima del calcio d’inizio, le tribune sono mezze deserte: tutti si attardano con ciò che offre l’impianto soprattutto nella ristorazione.

Al Tottenham Hotspur Stadium, così come a Birmingham, ma a dire il vero anche in diversi stadi italiani, si entra unicamente con il biglietto nel wallet, ovvero con il cellulare. Un codice magnetico, infilando il telefono sotto allo scan del tornello, riconosce il biglietto e apre il varco. I vecchi tornelli inglesi, stretti e che girano su sé stessi, ci sono ancora, ma a Tottenham l’ingresso è come quello delle metropolitane, con porte a saloon scorrevoli che si aprono automaticamente. Capitolo perquisizioni: blande, nessun controllo del documento (in Inghilterra non si usa), e soprattutto il powerbank consentito. Sì, sarà una cosa veniale, ma in Italia il powerbank, l’aggeggio che serve per caricare il cellulare, non può entrare. Una volta chiesi perché e mi fu detto: “Eh, se poi lo lanci?”. Da queste parti non si pongono minimamente il problema. Bagni naturalmente pulitissimi, all’esterno l’immancabile parete con le piastrelle dedicate ai tanti tifosi del Villa che non ci sono più, compreso uno, molto speciale… Ozzy Osbourne.

Altra cosa, gli stewart: ragazzi giovani, inesperti e non pagati in Italia, messi lì con una pettorina gialla e incapaci di dirti anche in quale direzione andare; uomini adulti, pure prestanti (perché serve, se succede qualcosa…) e sul pezzo, in Inghilterra. Non è mia intenzione delegittimare, ma è la realtà dei fatti. Ma mentre a Tottenham l’atmosfera è asettica e mesta (io sono sopra il settore ospiti, e i “Geordies”, ovvero quelli del Newcastle, fanno abbastanza caos e dunque giocano praticamente in casa), a Birmingham tutto il Villa Park brulica di entusiasmo. A Tottenham si parte in metro con la Victoria Line, si scende a Seven Sisters e si prende il treno per White Hart Lane. A Birmingham New Street invece, la grande stazione dei treni della città, ci vogliono cinque minuti per arrivare ad Aston, quartiere dov’è di casa il Villa. Da quelle parti sono legatissimi al club. Immancabile oggetto che mi porto sempre a casa è il match-programme, un vero culto da queste parti. Quello del Villa ha copertine da graphic novel, che lo rendono ancora più affascinante. Saltano all’occhio due concezioni diverse: la modernità che valica ogni immaginazione a Tottenham, il caro e vecchio Villa Park a Trinity Road inaugurato nel 1897 ma che naturalmente non è più quello del 1897. Servono stadi moderni ma sarebbe sufficiente rimettere in sesto anche quelli che ci sono già: l’Old Trafford è del 1910, Anfield del 1888, eppure sono ancora lì, sempre più splendenti.

Il Newcastle vince 2-1 e il settore ospiti sotto di me ribolle, il Villa soffre ma alla fine la spunta 1-0 a cinque minuti dalla fine con un colpo di testa di Tyrone Mings che quel giorno festeggiava le 200 partite in maglia claret&blue. Un tizio, giovane, sui 25 anni, mio vicino di posto, non fa altro che prendersela con l’arbitro: “Ref! Ref!” (abbreviativo di “referee”) e quasi mi spacca un timpano. Viva gli stadi inglesi che ruggiscono ancora: non si può dire lo stesso di Tottenham o a volte anche di Anfield, dell’Emirates dov’è di casa l’Arsenal o del nuovo stadio dell’Everton. Stadi nuovi, sì, ma imperniati di silenzio. Ecco la pecca del nuovo corso del calcio inglese iniziato ormai nel 1992. Capitolo a parte meriterebbero invece i negozi dei due club: di quello del Tottenham non si vede la fine e anche l’Aston Villa ha uno store grande che custodisce una parte dedicata alla linea vintage del club, con tutte le maglie vecchie della squadra che nel 1982 vinse anche la Coppa dei Campioni contro il Bayern Monaco. Quasi non si vede, ma girando l’angolo in una parte del negozio c’è anche una mostra permanente con tutta la storia dell’Aston Villa, inclusi cimeli di ordinanza. Cose che da noi non sappiamo nemmeno dove stiano di casa, e invece qui la storia conta eccome. Ma c’è anche il pupazzo di un polipo con i colori del club: qui tutto è in vendita.

E’ tempo di rientrare: a Tottenham la leggera pioggerellina ci da tregua, a Birmingham niente maltempo, le giornate iniziano ad allungarsi e si è visto anche un po’ di sole nel pomeriggio. Mi porto a casa come sempre mille cose, lontane dal rumore italiano delle risse da bar e del prefiltraggio, dei biglietti nominali e delle tifoserie in trasferta trasportate sui bus come bestiame in stadi inguardabili in cui si alzano solo reticolati e cancelli di metallo. Qui c’è la Holte End, con la sua scalinata inimitabile e storica, prima tappa da fissare subito quando arrivate dalla stazione di Aston dopo una camminata di circa un quarto d’ora. L’ immagine che più mi porto dentro di un mondo così lontano dal nostro che, con tutti i buoni tentativi, resterà comunque sempre irraggiungibile.

