Mary Esposito: “La mente è il vero motore della performance”
di ANDREA RICCELLI
Psicologa, operatore tecnico scientifico, giornalista e Delegata Regione Campania Federazione Italiana Psicologi dello Sport (FIPsiS) Mary Esposito lavora da oltre vent’anni nel mondo dello sport, con un’attenzione particolare al calcio e ai settori giovanili. Il suo percorso professionale nasce nella ricerca scientifica e si sviluppa sul campo, accanto ad atleti e tecnici, tra formazione mentale, gestione emotiva e cultura sportiva.
Potresti raccontarci brevemente il tuo percorso professionale?
Sono laureata in Psicologia e ho iniziato il mio percorso nella ricerca scientifica, anziché nell’ambito clinico, a causa dei continui trasferimenti legati alla carriera calcistica di mio marito. Nonostante ciò, non ho mai perso di vista i miei obiettivi professionali.
Durante il periodo a Carate Brianza ho partecipato al concorso del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR): l’ho vinto ed è così iniziata ufficialmente la mia esperienza nel mondo della ricerca. Questo mi ha permesso di rientrare a Napoli e approfondire ulteriormente la Psicologia Clinica e la Psicologia dello Sport.
In seguito, grazie a incarichi istituzionali nell’ambito della divulgazione scientifica, mi sono iscritta anche all’Albo dei Giornalisti, collaborando con redazioni sportive nazionali e locali. Porto ancora grande riconoscenza al mio trampolino di lancio: Il Risorgimento Nocerino e Forza Nocerina.
Oggi sono delegata nazionale FIPSIS e mi occupo di calcio giovanile e professionistico, con particolare attenzione alla prevenzione del disagio individuale e relazionale. Da alcuni mesi collaboro al progetto Mamma e Papà da Serie A, ideato da Alessandro Crisafulli: uno studio longitudinale sul calcio in chiave interdisciplinare e pedagogica, volto a educare i genitori a un comportamento corretto sugli spalti e a promuovere una cultura del rispetto nel settore giovanile.
All’interno dello stesso progetto faccio parte di una rete di ricercatori impegnata nello studio del fenomeno dell’abbandono sportivo in adolescenza. Contribuisco inoltre alla linea editoriale del progetto come redattrice di manifesti che valorizzano il ruolo della psicologia dello sport nella vita dell’atleta.
Con quali realtà sportive hai collaborato nel corso della tua carriera?
Collaboro con atleti di diverse discipline: nelle danze sportive ho seguito un’atleta diventata campionessa nazionale Under 16 gareggiando con quattro anni di anticipo; ho lavorato con un atleta di calcio a 8 durante il Mondiale, con numerosi giovani calciatori in forma privata, con il campione del mondo di pesca sportiva e con diversi tecnici professionisti del calcio a 11. Nel calcio professionistico campano, però, le società che includono stabilmente uno psicologo nello staff sono ancora pochissime.
Attorno alla figura dello psicologo dello sport persiste molto scetticismo: la sua importanza è riconosciuta, ma raramente dichiarata apertamente. In alcuni contesti è parte integrante dello staff tecnico; in altri viene confinato alla sola dimensione educativa. In realtà, lo psicologo non è “colui che cura i problemi”, ma una risorsa per la crescita dell’atleta, per il suo benessere e per la sua performance.
Oggi si parla molto di mental coach, ma è fondamentale chiarire che questa figura non può intervenire sul piano clinico. Lo psicologo può svolgere anche il ruolo di mental coach, ma non vale il contrario: lo psicologo è un professionista laureato e abilitato, il coach no.
Nelle realtà più piccole la presenza dello psicologo è ancora percepita come una spesa, non come un investimento. Spesso veniamo coinvolti solo nelle emergenze, quando c’è un problema da risolvere, invece di essere inseriti in un percorso continuativo di crescita e sviluppo.
Da quanti anni lavori nel calcio?
Il mio legame con il calcio nasce da lontano: avevo cinque anni quando andavo allo stadio con mio padre, lavorava al Maradona proprio ai tempi del Pibe de Oro. Oggi non lo considero nemmeno un lavoro in senso stretto, ma l’evoluzione naturale di una passione.
Professionalmente, opero nel calcio dal 2004, subito dopo la laurea. È iniziato come una necessità, poi è diventato un impegno a 360 gradi sui campi.
Qual è la sfida più grande nel tuo lavoro tra motivazione e psicologia clinica?
La sfida principale è culturale: serve una vera formazione e una nuova consapevolezza sul ruolo dello psicologo nello sport. È necessario che dirigenti, tecnici e atleti comprendano questa figura e rispondano alle nuove esigenze della società sportiva.
Nelle Nazionali e in alcuni club di Serie A l’allenamento mentale è ormai integrato con quello fisico, un passaggio fondamentale: il cervello è il motore della prestazione. Non può esistere performance ottimale senza un adeguato allenamento psicofisico.
Come si conquista la fiducia in un ambiente gerarchico come il calcio?
La fiducia si costruisce sul campo. Se lavori bene con un atleta, nasce il passaparola tra compagni e staff. A volte è lo stesso atleta a segnalare criticità alla società d’appartenenza, suggerendo di rivolgersi a uno specialista.
In altri casi si arriva dallo psicologo dopo aver tentato ogni altra strada. Il punto è far comprendere che il nostro intervento non è un segnale di debolezza, ma uno strumento di crescita.
Come si mantiene la stabilità emotiva quando si viene giudicati ogni novanta minuti?
La partita riflette ciò che viene costruito durante la settimana: in gara si interviene poco, perché l’atleta tende a riprodurre in modo automatico ciò che ha interiorizzato anche sul piano mentale. Quando manca stabilità emotiva o tenuta psicologica, l’emotività prende il sopravvento e la squadra fatica a gestire eventi critici come lo svantaggio. Paradossalmente, molti giovani mostrano una migliore reattività emotiva rispetto agli adulti, più esposti alla pressione.
I primi dieci minuti sono decisivi per il processo di adattamento; successivamente entrano in gioco attenzione sostenuta, autocontrollo e resistenza mentale. Ripeto spesso che dove non arrivano i piedi, arriva la testa: è lì che si costruiscono lucidità, decision-making efficace e gestione ottimale della performance.

L’infortunio grave: cosa accade nella mente di un atleta?
L’infortunio grave attiva dinamiche psicologiche complesse che dipendono dall’età dell’atleta, dal momento della stagione e dalla sua stabilità contrattuale. Un infortunio a 22–23 anni, soprattutto a fine stagione e con la squadra impegnata in un obiettivo importante, rappresenta una fase di alta vulnerabilità psicologica. Per chi è in scadenza di contratto, il trauma può coincidere con un vero e proprio crollo del senso di sicurezza professionale, mentre chi ha una maggiore stabilità vive il recupero con più resilienza e capacità di autoregolazione.
Durante la riabilitazione emergono spesso ansia da ricaduta, calo della self-efficacy, timore di perdere il proprio ruolo nel gruppo e difficoltà nel mantenere la motivazione. Il rientro è caratterizzato da prudenza: la paura è fisiologica, ma tende a ridursi con la continuità, il supporto dello staff e la progressiva ricostruzione della fiducia corporea e della fiducia situazionale.
Tra gli infortuni più difficili da elaborare sul piano psicologico c’è la rottura del legamento crociato, che comporta tempi lunghi di recupero, un impatto significativo sull’identità sportiva e un forte carico emotivo. L’atleta vive una fase di discontinuità forzata, in cui si attivano paura, frustrazione, perdita di controllo e un ulteriore calo della self-efficacy.
Ricordo sempre che chi pratica sport ad alto livello deve considerare l’infortunio come una delle variabili del mestiere: fa parte del gioco. Accettarlo non significa rassegnarsi, ma sviluppare una mentalità adattiva, capace di trasformare lo stop in un percorso di lavoro psicologico e fisico.
La vera difficoltà non è solo la riabilitazione, ma la ricostruzione della fiducia nel proprio corpo, la gestione dell’ansia da ricaduta e il mantenimento della motivazione e del senso di appartenenza al gruppo. Lavorare su questi aspetti permette all’atleta di attraversare la fase critica con maggiore resilienza e di tornare in campo con una performance mentale più solida.
Giovani e improvvisa esposizione mediatica: come si gestisce la fama?
La parola chiave è umiltà. Oggi la distanza tra Primavera e prima squadra, soprattutto in Serie A, è minima.
L’umiltà consente di restare concentrati sul percorso senza lasciarsi travolgere dall’entusiasmo. Esaltarsi eccessivamente può essere controproducente.
Fortunatamente non mi è mai capitato di seguire ragazzi che abbiano perso il contatto con la realtà. Molti dei miei atleti ottengono buoni risultati anche a scuola, a dimostrazione del legame positivo tra sport e formazione.
Negli ultimi anni si parla di depressione e ansia nello sport. Siamo vicini a una normalizzazione della richiesta di aiuto?
Dopo la pandemia abbiamo osservato un aumento significativo della depressione giovanile, dei disturbi alimentari e delle difficoltà relazionali. In collaborazione con l’Università Vanvitelli sto studiando quanto la pratica sportiva possa rappresentare un fattore protettivo e uno strumento di supporto psicologico per affrontare queste problematiche.
Stiamo sviluppando programmi sportivi che aiutino i ragazzi a ridurre la dipendenza tecnologica, a recuperare il contatto con il proprio corpo e a ritrovare nell’attività fisica uno spazio di benessere, regolazione emotiva e socialità. Parlare apertamente di questi temi non è un segno di fragilità, ma un atto di responsabilità verso sé stessi e verso la comunità.
Fare coming out su ansia, depressione o disagio psicologico significa offrire un modello positivo e rendere più accessibile il percorso di aiuto a chi vive le stesse difficoltà. È un passo necessario non solo per il mondo dello sport, ma per l’intera società, perché normalizza la richiesta di supporto e promuove una cultura della salute mentale più matura e inclusiva.

