Michele Croce, l’arbitro in carrozzina che sfida i limiti del calcio
di Francesco Paolo Schettino
A soli 15 anni, Michele Croce ha già scritto una piccola pagina di storia dello sport italiano.
Non è un calciatore, ma la sua presenza in campo è altrettanto decisiva: Michele è un arbitro.La sua particolarità è che dirige le partite dalla sua carrozzina, dimostrando che la passione può superare qualsiasi barriera.
Nel 2026 arriva il momento più importante: Michele arbitra la sua prima partita ufficiale nel campionato Under 9 del CSI Milano, tra Vittoria Junior e 4 Evangelisti.
È un debutto simbolico, ma anche concreto: gestisce la gara con sicurezza, emozionato ma preparato. “Mi sono preparato molto”, ha raccontato, sottolineando quanto fosse importante per lui quell’occasione. Quella partita non è solo una tappa personale, ma rappresenta anche un cambiamento culturale: per permettergli di arbitrare, il CSI ha adattato i regolamenti, mettendo al centro la persona e non i limiti.
La passione per il calcio accompagna Michele fin da bambino. Non potendo praticarlo a causa dell’osteogenesi imperfetta, una rara malattia che rende le ossa estremamente fragili, è riuscito a trovare un modo diverso per vivere lo sport: arbitrare. Già alle elementari dirigeva le partitelle tra compagni, scoprendo un ruolo che presto sarebbe diventato un obiettivo concreto. Con il tempo, quella passione si è trasformata in impegno: Michele ha seguito i corsi da arbitro e ottenuto il patentino, studiando regolamenti e mettendosi alla prova con serietà e dedizione.
Michele non si accontenta: il suo sogno è arrivare ad arbitrare ai massimi livelli, magari in Serie A. Oggi questo traguardo è ancora complicato, perché alcune regole della FIGC richiedono prove fisiche che lui non può sostenere. Ma la sua storia dimostra che i limiti possono essere ripensati.
Quella di Michele è molto di più di una semplice storia sportiva, è una lezione di determinazione. Con studio, impegno e passione, è riuscito a trasformare un sogno apparentemente impossibile in realtà. Il suo messaggio è chiaro: le barriere esistono, ma non sempre sono insuperabili. A volte, basta qualcuno disposto a credere davvero in ciò che vuole fare.
