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Giovani

Edoardo Motta, il giovane portiere della Lazio che ha saputo farsi trovare pronto quando il destino ha bussato forte

Redazione Quarto Posto
9 Maggio 2026
  • copiato!

di Francesco Paolo Schettino

 

Nel panorama del calcio italiano, ogni tanto emerge una storia capace di accendere qualcosa di speciale. Quella di Edoardo Motta ha proprio questo sapore: non è solo l’ascesa di un giovane portiere, ma il racconto di un ragazzo che ha saputo farsi trovare pronto quando il destino ha bussato forte.

Nato a Biella il 13 gennaio 2005, Motta cresce calcisticamente nel vivaio della Juventus, un ambiente dove talento e pressione vanno sempre a braccetto. È lì che costruisce le fondamenta: tecnica, disciplina, ma soprattutto una mentalità da numero uno. Poi arriva la gavetta vera, quella che forma davvero: Alessandria, Monza e infine la Reggiana.

Ed è proprio a Reggio Emilia che qualcosa cambia.

Dietro quel percorso c’è una passione viscerale, nata da lontano. In un’intervista a Rai News, Motta ha raccontato: “Mi piaceva fare il portiere e buttarmi sulla ghiaia. Mio padre mi dava del matto, però io il dolore non lo sentivo.”

Parole semplici, ma che spiegano tutto: istinto, incoscienza, amore puro per quel ruolo così solitario.

Poi, gennaio 2026. La chiamata che può cambiare tutto: la Lazio decide di puntare su di lui. Sulla carta è il secondo di Ivan Provedel, un ruolo che spesso resta nell’ombra. Ma il calcio, si sa, ama ribaltare i copioni.

L’infortunio del titolare lo catapulta in campo. Il debutto contro il Sassuolo è il primo vero esame. E Motta non si limita a superarlo: lo trasforma in un punto di partenza.

Ma è nella notte di Coppa Italia contro l’Atalanta che la sua storia prende una piega diversa.

Rigori. Tensione. Silenzio.

E poi: quattro parate.

Un’impresa che lo proietta improvvisamente sotto i riflettori di tutto il calcio italiano. Dopo quella partita, ai microfoni di Rai News, Motta non parla di eroismo, ma di sogni:

“Sogno di diventare come Petr Čech.”

Una frase che racconta ambizione, ma anche misura. Perché Motta sembra avere chiaro un punto: il talento è solo l’inizio.

Anche chi quel ruolo lo conosce meglio di chiunque altro ha colto qualcosa di speciale. Dino Zoff, leggenda del calcio italiano, che a La Gazzetta dello Sport ha detto:

“Parare quattro rigori su cinque è una roba incredibile.”

E ancora, sottolineando ciò che più conta per un portiere:

“La serenità con cui ha affrontato i rigori finali. Era ferocemente concentrato, ma ha sempre conservato una tranquillità di fondo che è fondamentale in situazioni come quelle”.

Ed è proprio lì che si nasconde forse il vero segreto di Motta: nella calma dentro il caos.

Quella notte non è stata solo una vittoria. È stata una consacrazione.

Oggi Motta non è più soltanto “il giovane interessante”. È un nome che circola, che incuriosisce, che convince. Un portiere che ha già dimostrato di saper reggere il peso dei momenti decisivi.

E la sensazione è chiara: questa storia è appena cominciata.




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