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Curiosità dai campi

Una petizione contro Giorgio Furlani: il grido di chi non riconosce più il Milan

Redazione Quarto Posto
16 Maggio 2026
  • copiato!

di Francesco Paolo Schettino

Nelle ultime settimane, una parte del tifo rossonero ha deciso di trasformare il malcontento generale in qualcosa di concreto: una petizione contro Giorgio Furlani, l’attuale amministratore delegato del Milan. Non si tratta soltanto di contestare risultati sportivi o singole scelte di mercato. Alla base della protesta c’è qualcosa di più profondo: la sensazione che il Milan stia perdendo la propria identità.

Per i tifosi rossoneri, il Milan non è mai stato solo un club. È una storia fatta di appartenenza, sacrificio, orgoglio e ambizione. Una società che, anche nei momenti difficili, aveva l’obbligo morale di lottare per vincere e di rispettare il peso della maglia. Oggi, invece, il popolo rossonero percepisce una trasformazione radicale: il Milan viene visto sempre più come un’azienda finanziaria e sempre meno come una squadra costruita attorno alla sua anima sportiva.

La critica principale rivolta alla dirigenza riguarda proprio questo cambio di priorità. Secondo molti tifosi, il progetto societario sembra puntare prima alla sostenibilità economica, ai bilanci e alla valorizzazione degli asset, e solo dopo alla competitività sul campo. Nessuno mette in dubbio l’importanza di avere conti in ordine, soprattutto in un calcio moderno spesso segnato da debiti e fallimenti. Ma il punto sollevato dalla protesta è un altro: può il Milan permettersi di rinunciare alla propria identità pur di diventare un modello finanziario perfetto?

A rafforzare questa sensazione ci sono anche le parole dell’ideatore della petizione, il 22enne tifoso rossonero che nell’intervista rilasciata a Il Giorno si firma con lo pseudonimo di “Federico Dismo”. Il giovane ha spiegato che l’iniziativa è nata quasi spontaneamente, ispirandosi a una petizione lanciata dai tifosi del Real Madrid contro Kylian Mbappé. “Non mi aspettavo un successo così rapido”, ha raccontato, sottolineando però che il numero crescente di adesioni dimostra quanto il malcontento sia diffuso tra i tifosi rossoneri.

Per chi contesta Furlani, il rischio è evidente. Quando il pragmatismo economico supera la passione sportiva, il club perde il suo legame emotivo con i tifosi. E il Milan, storicamente, ha sempre vissuto proprio di quel legame. Dalle notti europee di San Siro alle grandi rimonte, dai capitani simbolo ai campioni rimasti per amore della maglia, il club ha costruito la propria grandezza su valori che andavano oltre il semplice profitto.

Nell’intervista, l’autore della petizione ha criticato apertamente l’attuale struttura dirigenziale del club, sostenendo che esista troppa confusione nei ruoli e nelle responsabilità. Secondo la sua visione, figure come Zlatan Ibrahimović, Geoffrey Moncada e Igli Tare rappresentano un’organizzazione poco chiara, nella quale manca una leadership sportiva forte e definita. Una critica che riflette il sentimento di molti tifosi, convinti che il club abbia perso quella direzione netta che in passato aveva reso il Milan una delle società più rispettate al mondo.

La petizione nasce dunque come simbolo di una frattura. Non solo tra tifoseria e dirigenza, ma tra due modi opposti di intendere il calcio. Da una parte c’è una gestione moderna, internazionale, orientata ai numeri e alla sostenibilità. Dall’altra c’è chi continua a credere che il Milan debba essere guidato prima di tutto dall’ambizione sportiva, dal rispetto della propria storia e dall’onore di rappresentare uno dei club più importanti al mondo.

Molti tifosi accusano la società di aver smarrito il senso di appartenenza. Le cessioni considerate “fredde”, le scelte tecniche giudicate poco coraggiose e una comunicazione spesso distante hanno alimentato l’idea di un club meno vicino alla propria gente. In questo clima, Furlani è diventato il volto di una gestione che una parte del popolo rossonero non sente più propria.

Lo stesso ideatore della protesta ha insistito molto su un concetto preciso: il Milan, a suo giudizio, sembra aver perso “ambizione”. Una parola pesante, soprattutto per una società che nella sua storia ha costruito il proprio mito vincendo in Italia, in Europa e nel mondo. Ed è proprio questa mancanza di ambizione percepita che, secondo i promotori della petizione, sta allontanando emotivamente molti tifosi dalla squadra.

Naturalmente, esiste anche chi difende l’operato della dirigenza. I risultati economici migliorati e la necessità di adattarsi a un calcio sempre più dominato dai fondi internazionali sono argomenti concreti. Tuttavia, la protesta dimostra che nel calcio i numeri non bastano mai da soli. Perché una squadra non vive soltanto di bilanci: vive di simboli, emozioni e identità.

Ed è proprio qui che si concentra il cuore della petizione. Non è soltanto una contestazione contro un amministratore delegato. È il tentativo di ricordare cosa rappresenta il Milan per milioni di persone. Un club che, nella visione dei tifosi più critici, non può accontentarsi di essere economicamente virtuoso se nel frattempo perde la sua anima.

Perché il Milan, per chi lo ama davvero, non è un marchio da amministrare. È una maglia da onorare.



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