Dal campo ai numeri e viceversa: lo sport come politica pubblica misurabile, con lo Studio Legale Facchinetti
a cura di Avv. Rebecca Valentino, Avv. Simone Facchinetti
Sarà l’imminente avvio dei Giochi Olimpici di Milano – Cortina, o l’impulso mediatico del pluricampione Jannik Sinner che ha visto l’aumento delle iscrizioni alla disciplina del tennis, ma è indubbio che al centro dell’anno 2026 ci sia anche lo sport. Non solamente come racconto o come icona, bensì come sistema strutturato, finanziato, regolato e valutato, che produce valore economico e genera impatti misurabili.
È notizia di questi giorni, infatti, che, per la prima volta, la Federazione Italiana Tennis e Padel ha superato la Federazione Italiana Giuoco Calcio per ricavi federali. Un sorpasso che non ridisegna le gerarchie sportive in termini di popolarità, ma segnala come la crescita della pratica sportiva, della visibilità internazionale e della capacità gestionale possa riflettersi direttamente sulla sostenibilità economica delle strutture federali.

È dentro questa cornice che i numeri smettono di essere astratti e diventano reali.
Come risulta dalla documentazione pubblicata da Sport & Salute S.p.A., il sistema sportivo italiano potrà contare su oltre 344 milioni di euro di risorse pubbliche: effetto di un impianto strutturale introdotto nel 2019, che vincola il 32% del gettito fiscale generato dal settore sportivo al suo reinvestimento nello sport stesso. Dal 2019 a oggi questo meccanismo ha prodotto circa 569 milioni di euro aggiuntivi rispetto al minimo garantito previsto dalla legge, con una crescita superiore del 25% anche negli anni segnati dalla pandemia e dalla contrazione della spesa pubblica.
In questa direzione si inserisce la disamina dell’Osservatorio sullo Sport System dell’Ufficio Studi di Banca Ifis, che descrive lo sport come un ecosistema economico articolato, capace di generare un valore produttivo, occupazionale e sociale che esula dalla dimensione puramente agonistica: una filiera che crea occupazione e produzione di beni di ogni genere (abbigliamento, veicoli, attrezzature, alimentari…) e, inoltre, stimola l’imprenditorialità nel nome del Made in Italy. Si pensi che nel 2024 il turismo sportivo ha raggiunto i 12 miliardi di euro, in aumento dell’8% rispetto agli anni precedenti. Anche il settore dei media risulta interessato all’incremento dei ricavi, il quale si riflette anche nel positivo trend economico degli utenti sui social network sui profili degli sport motoristici.
Alla luce di ciò e per scelta politica, lo sport non viene trattato come una voce accessoria, bensì come una leva stabile di intervento pubblico.
Il punto centrale non è quanto si spende, ma come vengono distribuite le risorse finanziarie tra gli Organismi Sportivi (FSN, EPS, DSA, AB, GSMC). Secondo i criteri previsti dal Modello di allocazione dei Contributi (M.a.C.), nel 2026 circa 305 milioni di euro saranno destinati a Federazioni Sportive Nazionali e Discipline Sportive Associate, poco più di 20 milioni agli Enti di Promozione Sportiva, mentre quote minori andranno alle Associazioni Benemerite e ai Gruppi Sportivi Militari e dei Corpi civili dello Stato.
La qualità dell’organizzazione sportiva e la capacità di trasformare risorse in attività incidono sugli effetti economici e sociali generati dal settore. Ne consegue, che l’evoluzione della governance sportiva guarda allo sport non solo come destinatario di risorse pubbliche, ma proprio come generatore di valore misurabile.
Tale ripartizione privilegia l’attività sportiva organizzata, tracciabile e rendicontabile, che consente allo Stato di valutarne l’impatto sulla spesa.
Per le Federazioni, il modello assegna il 50% del peso al merito sportivo, il 30% alla crescita del movimento gestito e il 20% all’efficienza e alla sostenibilità. Il merito viene misurato attraverso i risultati internazionali e i ranking comparati, la crescita attraverso tesserati attivi, società affiliate, tecnici e ufficiali di gara; l’efficienza attraverso la quota di risorse effettivamente destinata all’attività sportiva e parametri di sostenibilità ambientale, sociale e gestionale.
Dando uno sguardo alla classifica dei contributi per il 2026 troviamo il calcio, che risponde a bisogni di intrattenimento, spettacolo e gaming, generando un impatto di oltre 40 miliardi di euro sul territorio italiano e a cui vengono destinati oltre 35 milioni di euro di risorse pubbliche.
Una dimensione industriale che include anche il calcio femminile, in crescita per numero di praticanti, audience, sponsorizzazioni e rilevanza economica.
In questo senso, la distribuzione dei contributi dialoga con una dinamica più ampia del sistema sportivo nazionale che tende a “premiare” i settori capaci di intercettare partecipazione, domanda e sostenibilità nel tempo.
Insieme alla Federazione Italiana Giuoco Calcio troviamo la Federazione Italiana di Tennis e Padel, la Federazione Italiana Pallavolo e la Federazione Italiana Nuoto, queste ultime sopra la soglia dei 16 milioni di euro. Subito dopo seguono come discipline l’atletica leggera, sport invernali e pallacanestro, mentre a scendere leggiamo di sport con volumi di attività più contenuti o, comunque, in contrazione. Non si tratta di una graduatoria di prestigio, bensì di una fotografia della capacità di ciascun organismo di trasformare risorse pubbliche in una pratica sportiva stimabile. Ciò lo confermano le variazioni che avvengono anno per anno: il tennis, come anticipato nell’incipit della disamina che ci interessa, è cresciuto del 15%, coerentemente con l’aumento dei tesserati, mentre federazioni come il pentathlon moderno o la motonautica registrano riduzioni fino al 20%.
Qui il contatto con la realtà è diretto: il finanziamento segue i dati numerici, non le suggestioni della massa.

I rating pubblici elaborati da Sport & Salute S.p.A. rafforzano ulteriormente questa chiave di lettura. Infatti, tra il 2018 e il 2024 il valore della produzione delle federazioni è cresciuto del 54%, mentre i contributi sono aumentati del 35%. Nello stesso arco temporale gli investimenti diretti nell’attività sportiva sono cresciuti del 63% a fronte di un aumento dei costi di funzionamento.
La spesa pubblica, quindi, non si limita a sostenere l’organismo sportivo attraverso una mera valutazione discrezionale, bensì, ne orienta i comportamenti, incentivando l’uso delle risorse sul campo e legando le risorse a indicatori quantitativi.
Il quadro cambia se si osservano le Discipline Sportive Associate, alle quali nel 2026 verranno destinati poco più di 8 milioni di euro complessivi. Inoltre, i dati dimostrano una fragilità strutturale: nell’anno 2024 i tesserati attivi sono diminuiti di oltre il 7%, con una conseguente capacità di crescita limitata.
Concludendo con una riflessione più profonda sulla figura dello sport come “politica pubblica misurabile”, se da un lato il sistema risulta trasparente e attendibile, la domanda che ci si pone è: ciò che non è immediatamente misurabile rischia di contare meno? Bisogna ricordare che l’avvicinamento allo sport nasce da un incontro, dall’empatia di un allenatore, da una struttura sportiva che non si spegne, dalla passione di qualcuno che rende possibile sentirsi parte di qualcosa, prima ancora di essere competitivi.
I numeri sono indispensabili perché rendono lo sport una realtà credibile e ne giustificano l’investimento, ma non devono essere il fine ultimo. Se lo sport è uno strumento di salute, inclusione e manifestazione sociale, il suo valore più autentico resta umano più che statistico.
Ed è in ciò che non si misura ma si vive che il sistema dovrebbe continuare a riconoscersi, per non dimenticare che dietro ogni dato ci sono persone che si avvicinano allo sport perché qualcosa o qualcuno l’ha reso possibile.
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