Edoardo Motta, il giovane portiere della Lazio che ha saputo farsi trovare pronto quando il destino ha bussato forte
di Francesco Paolo Schettino
Nel panorama del calcio italiano, ogni tanto emerge una storia capace di accendere qualcosa di speciale. Quella di Edoardo Motta ha proprio questo sapore: non è solo l’ascesa di un giovane portiere, ma il racconto di un ragazzo che ha saputo farsi trovare pronto quando il destino ha bussato forte.
Nato a Biella il 13 gennaio 2005, Motta cresce calcisticamente nel vivaio della Juventus, un ambiente dove talento e pressione vanno sempre a braccetto. È lì che costruisce le fondamenta: tecnica, disciplina, ma soprattutto una mentalità da numero uno. Poi arriva la gavetta vera, quella che forma davvero: Alessandria, Monza e infine la Reggiana.
Ed è proprio a Reggio Emilia che qualcosa cambia.
Dietro quel percorso c’è una passione viscerale, nata da lontano. In un’intervista a Rai News, Motta ha raccontato: “Mi piaceva fare il portiere e buttarmi sulla ghiaia. Mio padre mi dava del matto, però io il dolore non lo sentivo.”
Parole semplici, ma che spiegano tutto: istinto, incoscienza, amore puro per quel ruolo così solitario.
Poi, gennaio 2026. La chiamata che può cambiare tutto: la Lazio decide di puntare su di lui. Sulla carta è il secondo di Ivan Provedel, un ruolo che spesso resta nell’ombra. Ma il calcio, si sa, ama ribaltare i copioni.
L’infortunio del titolare lo catapulta in campo. Il debutto contro il Sassuolo è il primo vero esame. E Motta non si limita a superarlo: lo trasforma in un punto di partenza.
Ma è nella notte di Coppa Italia contro l’Atalanta che la sua storia prende una piega diversa.
Rigori. Tensione. Silenzio.
E poi: quattro parate.
Un’impresa che lo proietta improvvisamente sotto i riflettori di tutto il calcio italiano. Dopo quella partita, ai microfoni di Rai News, Motta non parla di eroismo, ma di sogni:
“Sogno di diventare come Petr Čech.”
Una frase che racconta ambizione, ma anche misura. Perché Motta sembra avere chiaro un punto: il talento è solo l’inizio.
Anche chi quel ruolo lo conosce meglio di chiunque altro ha colto qualcosa di speciale. Dino Zoff, leggenda del calcio italiano, che a La Gazzetta dello Sport ha detto:
“Parare quattro rigori su cinque è una roba incredibile.”
E ancora, sottolineando ciò che più conta per un portiere:
“La serenità con cui ha affrontato i rigori finali. Era ferocemente concentrato, ma ha sempre conservato una tranquillità di fondo che è fondamentale in situazioni come quelle”.
Ed è proprio lì che si nasconde forse il vero segreto di Motta: nella calma dentro il caos.
Quella notte non è stata solo una vittoria. È stata una consacrazione.
Oggi Motta non è più soltanto “il giovane interessante”. È un nome che circola, che incuriosisce, che convince. Un portiere che ha già dimostrato di saper reggere il peso dei momenti decisivi.
E la sensazione è chiara: questa storia è appena cominciata.
