Robin Gosens, il suo podcast e l’intervista ad André Schürrle: racconto di una resa e di un ritorno a sé stessi
di FRANCESCO MAFERA
C’è un calciatore che più di altri ha colto l’essenza della vita in quanto tale prima ancora di intenderla in qualità di sportivo e interpretandola secondo una prospettiva diversa, più autentica e genuina di vissuto: per non dimenticare che al di là di qualsiasi altra cosa, ogni professionista è prima di tutto una persona. Questi è colui che risponde all’appellativo di Robin Gosens che oltre il calcio ha scoperto un mondo che più complessivamente potrebbe essere definito come quello della “psicologia relazionale”.
Una storia, quella immortalata da Cronache di Spogliatoio lo scorso 25 Novembre, che si riflette negli aneddoti di molte persone. Individualità che talvolta possono pure corrispondere all’identikit di atleti di alto livello.
La prima domanda che il calciatore della Fiorentina rivolge sempre agli suoi ospiti è disarmante nella sua semplicità: «Wie geht’s?» che in tedesco significa: “Come stai, davvero?”. Una domanda che nella vita di tutti i giorni pronunciamo senza pensarci, come un automatismo, come un interruttore che si accende e si spegne. Ma quando la si pone davanti a un microfono, quando chi la riceve non può più nascondersi dietro la prontezza delle risposte di circostanza, quella domanda diventa un varco. E André Schürrle, seduto di fronte a lui, ci entra dentro senza esitazione. Dopo pochi minuti succede qualcosa. La voce di Schürrle cambia, si incrina appena, e da lì scivola fuori una verità che raramente il calcio permette di dire ad alta voce.
«Sai cosa penso? – confessa – lavoro in un ambiente in cui mentire a sé stessi è quasi naturale. Ti dici: Non è colpa mia. Se gli altri avessero fatto diversamente, tutto questo non sarebbe successo. Continuamente. E ti convinci: Non è stata colpa mia.» Quel mondo è il calcio. Un mondo dove il “Come stai?” trova quasi sempre la stessa, vuota risposta: «Bene, e tu?». Una risposta che suona come una corazza più che come un sentimento.
Schürrle ha lasciato il calcio a soli trent’anni, dopo aver vinto un Mondiale. Un traguardo che dovrebbe renderti invincibile, e che invece può trasformarsi in una gabbia. «I media, i tifosi, l’ambiente… determinavano le mie azioni senza che me ne accorgessi. Come parlavo, cosa dicevo, cosa volevo davvero. Anche allenatori e dirigenti. Tutto ciò che volevo era essere amato, apprezzato». È la confessione più onesta che un calciatore possa fare: il desiderio disperato di piacere a tutti, anche quando ti disintegra.
Il primo morso della pressione lo ha sentito a ventidue anni: era costato 14 milioni, e ogni euro sembrava pesargli sulle spalle. Il dubbio è entrato silenzioso, ma non se n’è più andato.
Da lì è iniziata una parabola che lo avrebbe portato al trionfo… e poi a sparire, a ritirarsi quando la carriera degli altri coetanei stava solo decollando. Paradossalmente, racconta che il momento della sua esplosione fu anche il più triste: da allora ogni passo era un dover dimostrare, un dovere verso il mondo, non più verso sé stesso.
E qui la voce si assottiglia. Schürrle parla del passato come si parla di un amore finito: con nostalgia, ma anche con un senso di liberazione. La vittoria del Mondiale? Non la rinnega, ma la guarda con cautela, come qualcosa che rischia di imprigionarti nel ricordo. «Negli ultimi anni – dice – ho cercato di capire chi sono, cosa penso davvero di me. Non chi dovrei essere per gli altri».
Poi arriva il momento della frattura, quello che lo ha spezzato, ovvero la telefonata di Mourinho. Dall’altra parte della cornetta si sente dire: «Sei pronto per tornare al Chelsea?.. Pronto?» «Quel momento mi ha ucciso» – ammette. Tornare a Londra significava ricominciare da zero. Dimostrare tutto di nuovo. E Schürrle non aveva più forze per essere all’altezza del suo stesso mito. E allora crolla. Il corpo lo tradisce, la mente lo abbandona. Sei, nove mesi di lotta silenziosa. Infortuni, blocchi, giorni vuoti. «Ho conosciuto momenti davvero brutti. Davvero brutti.»
In un calcio dove la sincerità viene spesso distorta, travisata, usata contro di te, Schürrle ha scelto di tacere per anni. E lo ha fatto per proteggersi. Oggi, invece, decide di parlare. E lo fa proprio nel podcast di un altro calciatore che sta provando a cambiare le regole del dialogo, Robin Gosens. Due uomini che spogliano il pallone del suo mito e lo riportano alla realtà: quella di persone, non icone. Di fragilità, non di trofei.
André Schürrle, campione del mondo, è scomparso dalla scena a trent’anni perché la sua salute mentale non reggeva più. E adesso, davanti a un microfono, ci racconta che a volte la vittoria più grande non è alzare un trofeo, ma avere il coraggio di guardarsi dentro e riconoscere la propria verità.
Un dialogo che non parla solo di calcio, ma di vita. Di cadute, di identità, di quel bisogno disperato che abbiamo tutti – atleti o no – di essere semplicemente… abbastanza. E che può essere controproducente al punto da smarrire se stessi. Perché, come detto, quel che è più importante da dover ricordare è che, a prescindere da qualsiasi cosa, ognuno di noi è, prima di tutto e nel senso più vero e ampio del termine, un essere umano.

