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Cultura

“L’esperienza olimpica, che sogno!”, il 22enne Matteo Toffanin protagonista all’Arena dell’hockey

Redazione Quarto Posto
1 Marzo 2026
  • copiato!

aMI.CO. Milano Cortina

di LORENZO SPONSALE

A soli 22 anni, Matteo Toffanin può già raccontare un’esperienza che molti professionisti del settore sognano per una vita: lavorare alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Dopo il diploma all’ITS AMMI di Monza, nel percorso di Sport Management, Matteo è riuscito a entrare nel cuore organizzativo dell’evento, ricoprendo un ruolo di grande responsabilità presso l’Arena Santa Giulia. Un traguardo importante per un ragazzo giovane, determinato e con le idee chiare: lavorare nel mondo dello sport, organizzare eventi e trasformare la passione in professione. In questa intervista racconta il percorso che lo ha portato fino all’arena olimpica, le difficoltà affrontate e le emozioni vissute.

Quali competenze che hai acquisito durante il percorso in Ammi ti sono state più utili nel mondo del lavoro?

«Sicuramente le competenze teoriche sulla struttura degli eventi sportivi sono state fondamentali. Capire come si organizza un evento, quali sono le aree operative e come si coordinano gli stakeholder mi ha dato una visione completa del sistema. Alla fine, che si tratti di un piccolo evento o di uno enorme come le Olimpiadi, la struttura è simile: cambia solo la dimensione. Per il mio ruolo sono state molto utili anche le competenze sugli impianti sportivi: sicurezza, gestione delle tribune, accessibilità, uscite di emergenza. Quando ti trovi a gestire un’arena con migliaia di persone, questi dettagli fanno la differenza».

In che modo l’ITS ti ha preparato concretamente all’esperienza olimpica?

«La parte pratica è stata determinante. Durante il percorso abbiamo lavorato sulla creazione e sull’elaborazione di eventi sportivi: esercitazioni che magari in quel momento sembrano solo accademiche, ma che poi si rivelano preziose. Anche l’inglese è stato fondamentale. Alle Olimpiadi si parlava inglese 24 ore su 24, sia con colleghi sia con spettatori internazionali. Senza una buona preparazione linguistica sarebbe stato molto più complicato».

Come sei riuscito a ottenere l’opportunità di lavorare alle Olimpiadi all’Arena Santa Giulia?

«Non esiste una formula magica: bisogna cercare le opportunità e mettersi in gioco. Un’occasione del genere non arriva da sola. Ho inviato candidature, mi sono informato, ho accettato di partire anche da ruoli operativi. Poi sono riuscito a essere selezionato per una posizione in linea con ciò che avevo studiato».

Qual era il tuo ruolo specifico durante l’evento?

«Facevo parte della sezione di Event Supervisor e mi è stata assegnata la gestione del “Seating Bowl”, ovvero l’area che comprende tribune e campo da gioco. In pratica ero il Supervisor Manager dell’arena: responsabile di tutta la parte visibile al pubblico e alle telecamere».

Com’è stato lavorare in un contesto internazionale e ad alta pressione come quello olimpico?

«È un’esperienza difficile da descrivere. A livello emotivo è qualcosa di enorme: fino a pochi anni fa non avrei mai immaginato di trovarmi lì. Più che la pressione, sentivo la responsabilità. Ero il più giovane nel team e mi era stata affidata l’area dell’arena, quella che milioni di persone vedevano in televisione. Se qualcosa non funzionava, si vedeva subito. Però il clima olimpico aiuta: le persone vengono per vivere un’esperienza positiva, per tifare e divertirsi. Questo ti dà energia».

Puoi raccontarci un momento particolarmente significativo o emozionante vissuto durante l’evento?

«I momenti sono stati tantissimi. Ho visto sconosciuti abbracciarsi dopo un gol solo perché uniti dalla stessa bandiera. Ho visto genitori sollevare i figli per far vedere meglio il ghiaccio, famiglie uscire commosse ma felici di aver condiviso qualcosa di unico. Ricordo una coppia seduta in due settori diversi che, al gol della propria nazionale, si è ritrovata a metà tribuna per abbracciarsi. In quei momenti capisci davvero quanto lo sport riesca a unire le persone».

Quali difficoltà hai incontrato e come le hai superate?

«Gestivo l’Arena e questo significava interfacciarmi con tutti: luci, telecamere, sicurezza, forze dell’ordine, assistenza medica, volontari, ticketing. Ho affrontato problemi di ogni tipo: spettatori con difficoltà di visibilità, errori nei biglietti, malori sugli spalti. La chiave è stata la comunicazione costante e il problem solving immediato. Con la radio coordinavo i vari reparti e cercavo soluzioni rapide. In un evento così grande non puoi permetterti esitazioni».

Cosa ti ha insegnato questa esperienza dal punto di vista umano oltre che professionale?

«Mi ha insegnato l’umiltà: accettare di non sapere tutto e avere la voglia di imparare. Solo così cresci davvero. Mi ha dato anche maggiore consapevolezza delle mie capacità. E poi mi ha insegnato l’empatia: ti trovi davanti persone di culture diverse e devi capire come relazionarti con ognuno. Lo sport trasmette emozioni fortissime, e viverle da vicino ti cambia».

Questa esperienza ha influenzato i tuoi obiettivi professionali? In che modo?

«Questa esperienza ha confermato i miei obiettivi personali. Voglio lavorare nel mondo dello sport e organizzare eventi. Le Olimpiadi mi hanno dato la certezza che è questa la mia strada.

Che consiglio daresti a un ragazzo che vuole intraprendere il percorso in sport management?

«Se sei appassionato di sport, buttati. Il percorso ti dà competenze ampie e ti aiuta a capire quale ambito fa per te. E soprattutto: non smettere mai di crederci. Quando ho iniziato all’ITS non avrei mai pensato che nel giro di due anni avrei lavorato in Kings League e poi alle Olimpiadi. Le opportunità non arrivano da sole: bisogna cercarle e lavorare duro per realizzare i propri sogni».







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