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Redazionale

Italia fuori dai Mondiali. Un impatto anche psicologico e formativo

Redazione Quarto Posto
2 Aprile 2026
  • copiato!

di ISABELLA GASPERINI

E adesso si parlerà per giorni, mesi, anni dell’esclusione ai mondiali dell’Italia per la terza volta.

Si valuteranno le scelte della rosa dei giocatori, come sono stati messi in campo, quello che poteva essere fatto e non è stato fatto, dell’espulsione di Bastone e dei due rigori sbagliati di Cristante ed Esposito. Dal mio punto di vista di psicologa dello sport nel calcio giovanile da 20 anni, l’attenzione è rivolta oggi a due aspetti che ritengo siano sintomatici di qualcosa che non va nell’idea del calcio che negli anni ha contaminato l’ambiente sportivo italiano.

La prima è che nelle scuole calcio e nei settori giovanili si da poco spazio alla formazione mentale dei giovani calciatori. È nelle nuove leve che si deve contaminare un’idea di questo sport diversa, la formazione del calciatore dovrebbe comprendere, con più convinzione, l’idea della formazione mentale, soprattutto insegnando ai ragazzi delle tecniche che li abituano a vivere la frustrazione gestendo le emozioni. Bastone, Cristante e Esposito quando erano bambini, adolescenti, probabilmente come tutti i giovani della loro età, sono stati formati ad apprendere che nelle situazioni in cui si è coinvolti fortemente dal punto di vista emotivo ci sono delle tecniche come il self talk, la mindfulness che possono educare il cervello a rimanere limpido e concentrato sulla prestazione e basta? Ho citato questi tre giocatori soltanto per prenderli come esempio di atleti adulti che probabilmente non hanno lavorato in primis sulla gestione di se stessi, ma piuttosto l’attenzione sulla loro formazione come in passato è sempre accaduto si è concentrata sulla performance tecnica e tattica. Perchè dico questo? Quanti sono gli psicologi dello sport che lavorano nelle scuole calcio e nei settori giovanili assiduamente accanto agli educatori al calcio/allenatori istruendo gli atleti a lavorare sulla mente? Troppo pochi nel passato, e anche oggi la presenza di noi psicologi dello sport è troppo scarsa. 

Lo sport è un contesto educativo che dovrebbe preparare in primis ad affrontare la vita di cui il calcio è una metafora, in questo caso chi un giorno diventerà un calciatore professionista sarà abituato ad affrontare l’ansia di un rigore, la capacità di gestire la propria irruenza senza fare danni alla squadra attingendo dalla propria formazione mentale-emotiva. Per tutti gli altri giovani, abituarsi a questo servirà comunque nel quotidiano, e per giocare a calcio a qualsiasi livello, realizzando appieno il valore educativo dello sport.

Il secondo “sintomo” che dobbiamo riconoscere nel calcio per renderci conto di come esso sia sofferente riguarda la valutazione di ciò che gira attorno al calcio giovanile, a quell’ambito del calcio che ha formato calciatori in passato e sta formando oggi gli aspiranti calciatori e gli uomini e le donne del futuro.

L’abberrazione di un un contesto giovanile che preme sui ragazzi come un macigno è il peso delle aspettative genitoriali e l’indifferenza delle società a questo fenomeno. Perchè ci sono genitori che  nelle scuole calcio si lamentano con i mister se il proprio bambino non è abbastanza valorizzato, oppure litigano in tribuna per una banale partita di un torneo? Perchè sta diventando una pratica abituale cercare già un procuratore ai figli di 12-13 anni, ritenuti ricchi di prospettive di successo? Perchè il contesto calciastico fa gola per cambiare la propria condizione di vita grazie ai successi del figlio, e non intendo solo dal punto di vista economico, ma anche per un motivo più sottile e più deleterio per i propri figli. Sto parlando del desiderio spesso inconsapevole di vedere i figli come la seconda occasione che la vita offre per realizzare un sogno infranto personale, soprattutto laddove i genitori conducono una vita priva di soddisfazioni personali. In questo modo anziché aiutare i giovani a gestire le proprie emozioni negative, come l’ansia da gara, la tolleranza della sconfitta, il sistema favorisce la malaugurata condizione per i ragazzi e le ragazze che praticano il calcio di aumentare il peso delle loro ansie, della paura di non essere all’altezza, predispindendoli all’errore, alle pessime performance e cosa ancora più grave all’abbandono. Ogni anno il 30% dei giovani che praticano il calcio tra i 13 e i 16 anni. Quelli che continuano nella maggior parte dei casi sono lasciati allo sbaraglio delle loro emozioni.

E allora diamoci da fare subito. Mettiamo le basi per divulgare in Italia un’idea del calcio allo portata dei giovani, che per prima cosa si preoccupi di realizzare i loro bisogni, le loro necessità, parlo della possibilità di essere visti con occhi positivi e disinteressati al risultato, di essere ascoltati con attenzione, dando loro l’opportunità di esprimere dubbi, debolezze, senza costringerli a dover essere i più bravi, i più vincenti. I giovani non hanno bisogno di essere i più bravi, ma di essere sempre più bravi, per alimentare l’autostima e scalfire un’immagine di sé solida, visto che per natura sono come dei fragili germogli.

Bisogna cercare di trasformare la mentalità sportiva calcistica italiana partendo dalla formazione dei genitori, che sono i primi tutori dei propri figli e sensibilizzare le società a formare genitori e addetti ai lavori a una visione del calcio propositiva e piena di speranze.





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