Tommy Sala e la forza di sorridere nella tempesta: lo specialista di slalom tra i dolorosi imprevisti della vita
di FRANCESCO MAFERA
Nevica fitto sulla Stelvio, e mentre i fiocchi cancellano le tracce sulla pista, non riescono a cancellare quelle che la vita ha inciso dentro Tommy Sala, colui che ha vissuto più vite in una sola e che certo non si impressiona se esce nella prima manche dello slalom olimpico di Milano Cortina 2026, proprio quando la pista cambia pendenza, proprio quando serviva quell’equilibrio sottile tra controllo e follia. Una porta sbagliata, un attimo storto ed è subito fine gara. Ma non fine corsa. Se sei forte, puoi perdere una battaglia, ma non la guerra. E questo Tommy lo sa. Perché la sua vera discesa che metaforicamente assomiglia più ad una salita, non è mai stata solo tra i pali. È stata dentro gli imprevisti, dentro il dolore, dentro le cadute che non fanno rumore ma lasciano il segno. Per cui ci si “rimette in pista”, come è proprio il caso di dire, e si va avanti. Altro gettone ed altro tentativo, quello che la vita può offrire a chiunque.
La prima perdita: il vuoto che non si colma
Nel 2018 se ne va suo padre, Massimo. Una malattia lunga, crudele, che consuma lentamente. Per un figlio, è un’assenza che non si allena, non si prepara, non si supera mai del tutto. È la prima “inforcata” irreparabile della sua vita. E come se non bastasse, nello stesso periodo arriva l’infortunio devastante alla caviglia in allenamento a Ushuaia: ossa e tendini compromessi, un dolore cronico con cui imparare a convivere. Diciotto mesi fermo. Diciotto mesi in cui il mondo corre e tu resti indietro.
Molti avrebbero mollato. Lui no.
“Bisogna sempre tenere la testa alta, mai mollare”, dice. E non è retorica. È sopravvivenza trasformata in scelta.
Tommy non ha negato il dolore. Lo ha guardato in faccia. Lo ha accettato come parte del viaggio. La seconda caduta: quando il ginocchio cede, ma non l’anima. Dopo il rientro, lentamente, tornano i segnali positivi. Top 10 sfiorate, continuità, maturità. Sembra l’inizio di una nuova stabilità. Poi, nel novembre 2024, un altro colpo: rottura del legamento crociato anteriore. Il ginocchio sinistro cede senza nemmeno una caduta spettacolare. Si ferma perché sente che qualcosa non va. La diagnosi è netta, implacabile: un altro anno fuori.
Eppure, ancora una volta, sceglie di reagire. Si opera, lavora, ricostruisce. Rientra a Levi nell’autunno 2025. Non con rabbia cieca, ma con consapevolezza. Con quella serenità che appartiene a chi ha già attraversato il buio e sa che può farlo di nuovo.
La filosofia di chi non si spezza
“Nella mia vita ne ho passate tante… ma se fosse tutto facile, forse la vita sarebbe meno interessante.” Questo il mantra di chi può affermare di averle affrontate tante, ma di averle superate tutte. Non è una frase detta per consolarsi. È una posizione esistenziale. Tommy Sala non è un atleta che si definisce attraverso le vittorie. Si definisce attraverso la reazione. Attraverso la capacità di restare in piedi quando tutto invita a sedersi. Di sorridere sotto la neve mentre dentro hai tempeste ben più violente. C’è qualcosa di profondamente luminoso in questa attitudine: non romanticizza il dolore, ma lo integra. Non si sente vittima del destino, ma parte attiva della sua traiettoria. Ogni infortunio è stato un rallentamento, mai una resa. Ogni perdita, un modo diverso di portare con sé chi non c’è più.
Oltre la porta saltata
A Bormio è uscito nella sua gara. Ma la sua storia non è quella di una porta mancata. È quella di un uomo che ha imparato a sciare anche quando la pista della vita diventa ghiaccio vivo. Con accanto la madre, la fidanzata, le sue radici tra Sovico e l’Alta Valtellina, Tommy riparte. Sempre. Perché chi ha convissuto col dolore cronico, con il lutto, con la riabilitazione infinita, sa che una manche sbagliata non è una tragedia. È solo un tratto del percorso. Nevica fitto, sì. Ma lui è abituato a ben altro. A masticare il filo spinato. E ogni volta che cade, lo fa con una convinzione: non si può controllare ciò che accade, ma si può scegliere come reagire. E lui ha scelto di reagire con coraggio, con gratitudine, con quella follia necessaria per tornare al cancelletto e dire ancora una volta: “Ci sono.”
