HAND IN HAND: da Bruxelles un progetto concreto per prendersi la responsabilità di “dare una mano” attraverso lo sport
Di FRANCESCO MAFERA
Bruxelles non è stata solo una tappa obbligata di agenda europea. Nella sede di EUROHOCKEY, il 16 gennaio, il kick off meeting del progetto HAND IN HAND ha segnato l’inizio di un lavoro che entra in un terreno scomodo, complesso, ma impossibile da evitare: il rapporto tra cultura sportiva e violenza di genere. La Federazione Italiana Giuoco Calcio, capofila del progetto, ha avviato ufficialmente il confronto con i partner europei consapevole che lo sport non è un mondo “a parte”, né automaticamente educativo. Al contrario, è uno specchio della società, con le sue distorsioni, i suoi silenzi e, troppo spesso, le sue responsabilità mancate. Hand in Hand nasce proprio da qui: dall’idea che ignorare questo legame non sia più un’opzione.
Attorno al tavolo di Bruxelles si sono incontrate realtà diverse per storia e ruolo, dall’università di Modena e Reggio Emilia (Unimore) alla European Hockey Federation, dalla Federazione Albanese di Calcio alla Fédération Française de Hockey sur Gazon, fino al Balgarski Sportein Inovatsionen Hub, all’association Alice Milliat e a Formodena. Un partenariato costruito per unire ricerca, formazione ed esperienza sul campo, senza scorciatoie retoriche. Il cuore del progetto è chiaro e dichiarato: lavorare sugli ambienti sportivi frequentati dai giovani, in particolare dai ragazzi, per affrontare il tema del rispetto delle donne prima che la violenza diventi cronaca. Non si parla di campagne simboliche o slogan, ma di percorsi educativi, strumenti di formazione e modelli di intervento pensati per allenatori, dirigenti, operatori e atleti.
Durante l’incontro inaugurale si é partiti da una consapevolezza condivisa, riconoscendo delle problematiche e abbattendo l’illusione che lo sport non possa essere talvolta uno spazio che riproduce stereotipi, gerarchie e comportamenti tossici. Tuttavia é emersa anche la prospettiva secondo cui può anche diventare un luogo in cui si impara a riconoscere il limite, l’altro, la responsabilità delle proprie azioni. Dipende da come viene abitato, guidato e raccontato. La presenza di rappresentanti della European Education and Culture Executive Agency (EACEA) ha rafforzato il legame del progetto con le politiche europee che puntano sempre più sulla prevenzione culturale della violenza di genere. Un segnale che indica una direzione precisa: intervenire prima, non dopo. Educare, non rincorrere l’emergenza.
HAND IN HAND si inserisce in un contesto europeo che negli ultimi anni ha iniziato a interrogarsi con maggiore onestà sul ruolo dello sport nelle dinamiche di potere e di genere. Studi e progetti paralleli hanno mostrato come il silenzio, l’assenza di strumenti e la mancanza di formazione abbiano spesso lasciato spazio a comportamenti discriminatori normalizzati.
A Bruxelles non sono state date risposte definitive, e forse è proprio questo il punto. Il progetto parte con l’obiettivo di costruirle nel tempo, mettendo in discussione abitudini radicate e modelli educativi che per anni sono stati considerati “neutri” ma neutrali non erano. HAND IN HAND inizia così: non come una dichiarazione rassicurante, ma come un lavoro che chiede allo sport di smettere di voltarsi dall’altra parte. E di assumersi, finalmente, una parte della responsabilità culturale che gli spetta.

